Covid-19 e olfatto

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Tra i possibili sintomi dell’infezione da Covid-19 potrebbero esserci perdita e disfunzioni di olfatto e gusto. Gli scienziati pero’ non ancora un quadro chiaro della situazione.

Lo scorso venerdì 20 marzo 2020 la professoressa Claire Opkins, presidentessa della British Rhinological Society e il professor Nirmal Kumar, presidente dell’associazione di otorinolaringoiatria britannica, hanno mandato una dichiarazione al Public Health England, l’agenzia del Dipartimento della sanità e dell’assistenza sociale nel Regno Unito. In questa lettera i medici mettevano in risalto un aumento dei casi di anosmia e disfunzioni di gusto e olfatto correlata all’infezione da coronavirus allertantando le autorità a cercare di fare i test nei pazienti che riportano problemi olfattivi, anche senza altri sintomi di infezione delle vie respiratorie, perché potrebbe trattarsi di un sintomo collegato a Covid-19. La notizia è stata ripresa da diversi giornali internazionali, tra i quali il New York Times, e si aggiunge a commenti analoghi pubblicati la scorsa settimana su alcuni quotidiani europei.

Che una malattia delle vie respiratorie possa avere tra i sintomi problemi a olfatto e gusto non dovrebbe sorprendere poiché le funzionalità olfattiva e nasale sono strettamente collegate. In questo caso però siamo di fronte a una malattia nuova, gli scienziati e i medici stanno, di fatto, conoscendo ora, sul campo e con i malati, il suo decorso e il comportamento del virus, quindi ogni nuova osservazione e sintomo va registrato perche’ contribuisce a dare il quadro generale della situazione.

I sintomi

Come riportato dal virologo Hendrik Streeck, dell’istituto di virologia dell’Universitätsklinikum di Bonn la scorsa settimana al quotidiano tedesco Franfurter Allgemeine, dei circa 100 pazienti con Covid-19 visitati da lui e il suo team, i due terzi riportava anche problemi a olfatto e gusto. Casi simili sono stati riportati anche dai medici in Corea del sud, Iran e in Italia Massimo Galli, ordinario di Malattie infettive all’Università degli Studi di Milano e primario del reparto di Malattie infettive III dell’Ospedale Sacco, ha confermato in un’intervista al Corriere la scorsa settimana osservazioni analoghe.

I sintomi principali sono una perdita totale di olfatto e gusto, che compaiono spesso durante le fasi di guarigione dalla malattia. Tuttavia, altri medici, tra i quali Opkins nel Regno Unito fanno invece notare che questi sintomi potrebbero essere anche presenti in pazienti senza altre sintomatologie.

Olfatto e gusto

La percezione degli odori avviene grazie alla stimolazione dei recettori olfattivi localizzati sul fondo della cavità nasale da parte delle molecole odorose presenti nell’aria che respiriamo. I recettori olfattivi sono proteine specializzate a riconoscere le molecole odorose e si trovano sulla superficie di neuroni, chiamati per questo olfattivi, localizzati nell’epitelio olfattivo nel naso. Dal naso i neuroni olfattivi mandano i propri prolungamenti nervosi (assoni) al bulbo olfattivo nel cervello.

Le molecole odorose possono però raggiungere l’epitelio olfattivo anche dalla bocca per una via chiamata retronasale. In questo modo gli aromi sprigionati da cibi e bevande raggiungono il naso creando quell’arricchimento sensoriale e aromatico che siamo genericamente abituati a definire gusto, ma che in realtà dipende principalmente dall’olfatto.

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Via olfattiva “diretta” (ortonasale) e retronasale. le molecole odorose (disegnate in blu e arancione) raggiungono la parte piu’ profonda della cavita’ nasale stimolando i neuroni olfattivi che mandano il segnale al cervello.

 

Questo è uno dei motivi principali per cui chi accusa problemi all’odorato, non sente bene il sapore dei cibi. Un effetto che chiunque abbia avuto un forte raffreddore e naso tappato avrà probabilmente sperimentato.

Possibili alterazioni dei sensi chimici

Al momento non sono ancora disponibili studi scientifici sistematici sulla possibile azione di Covid-19 sul sistema olfattivo e i medici hanno fatto notare che per ora si tratta solo di osservazioni personali. Questo è ragionevole poiché la pandemia è in corso e si stanno ancora raccogliendo i dati clinici man mano che i pazienti vengono esaminati e curati. Tuttavia è possibile fare alcune ipotesi che gli scienziati dovranno poi verificare sperimentalmente.

Alterazioni indirette

Dal momento che si tratta di una malattia delle vie respiratorie, molti pazienti sviluppano anche infiammazione delle vie respiratorie e congestione delle mucose nasali. Queste infiammazioni, così come l’ostruzione delle vie respiratorie, potrebbero contribuire a danneggiare l’epitelio olfattivo, come avviene anche in altri tipi di infezioni, riniti e influenze, e quindi compromettere le funzioni olfattive a vari livelli.

Azioni dirette all’epitelio olfattivo

Analogamente a quanto riportato nel caso di altri virus influenzali, Covid-19 potrebbe essere presente anche nelle mucose nasali e delle alte vie respiratorie e in questo modo interagire direttamente con le cellule dell’epitelio olfattivo alterandone la funzione. In questo caso alterazioni dell’olfatto potrebbero verificarsi anche senza apparenti infezioni o congestioni tipiche di altre sindromi influenzali. Questo è un punto importante perché, come fatto notare da Opkins e Kumar, pazienti con un’infezione da Covid-19 ma senza altri sintomi potrebbero pensare di avere solo un problema olfattivo e andare dall’otorinolaringoiatra senza sapere di essere contagiosi ed esponendo quindi anche i medici al rischio di infezione.

Azioni dirette alle terminazini nervose e ai nervi olfattivi

Inoltre il virus potrebbe avere accesso anche alle terminazioni nervose libere presenti nella mucosa olfattiva e nella bocca.

Naso e lingua, infatti, oltre ai recettori specializzati per olfatto e gusto hanno anche terminazioni del nervo trigemino e del nervo vago, sensibili a stimoli dolorosi, al caldo e al freddo, ma anche a molecole odorose e contribuiscono anche loro in parte alla percezione olfattiva e gustativa. Come altri virus influenzali, anche Covid-19 potrebbe alterare la loro funzione.

Infine, come messo in evidenza in un breve articolo pubblicato sulla rivista scientifica ASC Chemical Neuroscience a inizio marzo, vi è la possibilità che Covid-19 abbia accesso al cervello passando attraverso il collegamento tra epitelio olfattivo e bulbo olfattivo. Alcune evidenze sui roditori hanno mostrato che nel caso di altri coronavirus questo è possibile, anche se difficile, ed è perciò necessario svolgere ulteriori studi per scoprire se avvenga anche con Covid-19.

Sintomi correlati

Accanto alla perdita totale dell’olfatto ci potrebbero essere anche altre alterazioni come percezione alterata degli odori, pantosmia e cacosmia. Nei fenomeni di pantosmia, seppur molto rari, il paziente ha allucinazioni olfattive e percepisce odori per lo piu’ sgradevoli che non sono realmente presenti. In altri casi, come la cacosmia, odori altrimenti normali sono percepiti come puzze. Spesso vengono percepiti odori metallici, di gas o di uova marce. Sull’origine di queste sindromi gli scienziati hanno diverse ipotesi, tra le più accreditate quella che si tratti di problemi nella rigenerazione dei neuroni olfattivi o nel turnover dei recettori.

Possibile decorso

Al momento gli scienziati non possono dire come questa condizione possa evolvere nel tempo e se i pazienti possano poi recuperare l’olfatto.

Compatibilmente con quanto è già noto dalla comunità scientifica, questo tipo di disturbi con il tempo passa e i pazienti dovrebbero recuperare la funzione, anche se molto dipende dall’entità del danno. In ogni caso è normale che il recupero sia lento, considerato che anche fisiologicamente i tempi di rigenerazione dei neuroni olfattivi sono di 30-60 giorni. Il recupero quindi potrebbe richiedere molti giorni, fino a settimane e nei casi piu’ gravi mesi, e’ quindi importante che i pazienti siano consapevoli di questa eventualita’ perche’ fa parte del normale decorso dei disturbi olfattivi. In questo caso possono a volte essere di aiuto stimolazione e training olfattivo che, a livello pratico, significa esercitarsi quotidianamente ad annusare e riconosce gli odori.

 

Articoli e fonti usati questo post:

  • Mannan Baig et al.,Evidence of the COVID-19 Virus Targeting the CNS: Tissue Distribution, Host–Virus Interaction, and Proposed Neurotropic Mechanisms. CS Chem. Neurosci. March 13, 2020.
  • Djuspeland et al., Accessing the brain: the nose may know the way. J Cereb Blood Flow Metab. 2013 May; 33(5): 793–794.
  • Desforges et al. Human Coronaviruses and Other Respiratory Viruses: Underestimated Opportunistic Pathogens of the Central Nervous System. 2019 Dec 20;12(1). pii: E14. doi: 10.3390/v12010014.

e dai giornali:

  • L’intervista originale a Hendrik Streeck pubblicata il 16.03.20 sul Frankfurter Allgemeine
  • L’articolo sul The New York Times del 23.03.20
  • L’articolo sul Corriere con L’intervista a Massimo Galli
  •  Le raccomandazioni riportate sul sito inglese Fifth Sense con la citazione della lettera di Opkins e Kumar.
  • Oggi anche Il post, sempre sul pezzo, ha fatto un riassunto della situazione.

Se mi seguite su Instagram @Il_senso_perfetto anche li’ la settimana scorsa avevo fatto degli spiegoni salvati nelle storie in evidenza.

Giornata Internazionale dell’anosmia

 

Oggi è la giornata internazionale dell’anosmia (Anosmia awareness day) e dei disturbi legati all’olfatto. Lanciata nel 2012, ha lo scopo di far conoscere alle persone i disturbi e le patologie legate all’olfatto poiché non se ne parla molto e, anzi, spesso non si sa neppure esistano.

Gli scienziati calcolano che circa il 2-5 % della popolazione sia anosmico, cioè non può sentire gli odori. Questo dato è probabilmente una sottostima perché capita sovente che i disturbi legati all’olfatto non vengano riportati: da un lato alcuni pazienti, soprattutto anziani, non vanno dal medico perché non pensano sia importante o addirittura non si accorgono completamente del defict; altre volte i disturbi non vengono riconosciuti chiaramente. Inoltre, anche quando il disturbo è riconosciuto spesso non si sa come affrontarlo, cosa fare e dove reperire le informazioni che qualche volta mancano anche ai medici. Ecco uno dei motivi per cui è nata questa giornata: far conoscere il disturbo e fare della corretta informazione sul tema.

Tra le principali ragioni per cui il senso dell’olfatto viene perso o alterato ci sono l’invecchiamento, incidenti e infezioni e vi sono alcuni rari casi in cui l’anosmia è congenita e quindi presente dalla nascita. Spesso, la perdita dell’olfatto è legata al normale processo di invecchiamento, ma è correlato anche a demenze senili e ad alcune malattie neurodegenerative come Parkinson e Alzheimer nelle quali alcune evidenze scientifiche indicano che la perdita dell’olfatto in questi pazienti compare precocemente.

Nelle persone più giovani invece la perdita dell’olfatto avviene principalmente in seguito a incidenti in cui si è battutto la testa o a forti infiammazioni e riniti. Purtroppo il recupero non sempre avviene, in alcuni casi un lungo training olfattivo può aiutare, ma ci vuole molta pazienza perché il recupero richiede mesi e a volte anni.

Per i pazienti questa condizione è particolarmente frustrante perché spesso i disturbi olfattivi sono considerati secondari: fino a quando non si perde non si comprende l’ importanza dell’olfatto.

L’olfatto ci connette alla nostra identità più intima, attraverso l’odore abbiamo una continua connessione con noi stessi che gradualmente viene meno quando non sentiamo più gli odori. Ne risentono le relazioni intime con il partner e anche il cibo perde buona parte del suo gusto poiché gli aromi che comunemente associamo al palato dipendono in larga parte dell’olfatto. Inoltre non poter sentire gli odori porta molte persone a sviluppare piccole (grandi) ossessioni perché non possono riconoscere quando puzzano, se ci sono odori sospetti come di bruciato nella stanza, e possono apprezzare meno i cibi. Tutto ciò può generare un profondo disagio psicologico che può portare anche a depressione e disturbi dell’alimentazione.

Accanto alla perdita totale dell’olfatto vi sono poi numerose altre alterazioni che vanno dalla cacosmia (gli odori vengono percepiti come sgradevoli) alla pantosmia o sindrome dell’odore fantasma, quando cioè si sentono puzze che in realtà non ci sono. Nel libro ho chiamato “L’odore fantasma” il capitolo dedicato ad anosmia e alterazioni dell’olfatto proprio perché le patologie legate all’olfatto sono innumerevoli, spesso poco note e, di fatto, aleggiano come fantasmi che invece dovremmo poter riconoscere e affrontare.

 

Bonus

Sui siti (in inglese) Anosmia awareness day a Fifth sense trovate numerose informazioni e risorse.

Per chi bazzica Instagram invece cerchero tra oggi e domani di pubblicare alcune storie sull’anosmia e i disturbi dell’olfatto, se vi va seguitemi anche lì, dove pubblico contenuti video  più frequentemente.

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Colore dell’anno 2020

 

Il colore del 2020 sarà il blu, Classic Blue (Pantone) per la precisione. Un colore che piace a circa la metà della popolazione, almeno in Europa, e che viene solitamente associato a calma, quiete, relax. Un colore freddo, che placa gli spiriti.

Che odore ha il blu? A cosa potremmo associarlo?

Di solito associamo gli odori principalmente alla loro origine, anzi questa diventa spesso il retino linguistico con cui cerchiamo di acciuffare un odore quando lo annusiamo e non sappiamo dargli un nome: sa di banana, sa di cavolo, sa di mare. E a volte funziona pure. Siamo in una stanza, e se sentiamo puzza di bruciato ci allertiamo perché presumibilmente qualcosa che non dovrebbe sta arrostendo;  sentiamo un odorino fragrante per strada e dopo pochi metri ci imbattiamo in un panificio. L’esperienza ci guida e ci insegna, così è facile associare un odore alla propria fonte, tanto che nel nostro cervello le due cose diventano indivisibili: quell’odore è la banana, il cavolo, il mare.

Di conseguenza, se dobbiamo associare dei colori agli odori che annusiamo, tenderemo, anche in questo caso, ad associarvi l’odore della possibile sorgente odorosa: giallo come la banana, verde come il cavolo, blu come il mare.

È un fatto universale? Facciamo tutti questo tipo di associazioni?

Prendiamo, per esempio, la mandorla. Durante alcuni esperimenti del 2012 gli scienziati osservarono che in Canada essa viene associata soprattutto al colore rosso. Tuttavia, in Australia, il campione di volontari esaminato la associava al colore blu.

Tra gli studiosi di linguaggio vi è un ampio dibattitto sulle basi neurolinguistiche del nostro linguaggio: si cerca cioè di capire come nasce il nostro modo di creare e mettere insieme le parole, se vi è una modalità universale di base, data dalle nostre strutture cerebrali (come dice, semplificando un po’, il padre della linguistica Noam Chomsky) a cui poi seguirebbero differenze di tipo semplicemente culturale, oppure si tratti di differenze presenti già a livello neurobiologico.

Molti dei dati raccolti dai ricercatori al momento propendono per la teoria di Chomsky; e poi vi è la faccenda degli odori e dei colori: insomma la mandorla perché per qualcuno è rossa e per altri è blu?

Anche per capire questi fatti, gli esperimenti di alcuni gruppi di ricerca si sono orientati, soprattutto negli ultimi anni, su analisi cross-culturali, cioè mettendo a confronto popolazioni e culture diverse, e cercare di venire a capo del perché popolazioni differenti sembrino avere apparentemente anche un uso del linguaggio molto diverso: ci sono parole che esistono solo in determinate lingue, ci sono descrittori di colori e odori che si trovano in alcune lingue ma non in altre. E, cosa ancora più affascinante, l’uso di una lingua o di un’altra sembra influenzare la percezione stessa di odori e colori.

Facciamo un esempio pratico:

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Osserva i due cerchi con tasselli colorati a destra e a sinistra e indica quello con il tassello azzurro.

Guardando i colori in questa immagine per la maggior parte degli occidentali sarà abbastanza semplice individuare quella con il tassello di colore diverso. Invece, in alcune osservazioni pubblicate già in uno studio del 2005 i ricercatori riportarono che gli Himba della Namibia (Africa) hanno un diverso sistema di classificazione dei colori e di fronte a questa stessa immagine non individuano il tassello diverso. Una cosa analoga succede anche altrove, per esempio, tra i cinesi che parlano mandarino e i gli abitanti della Mongolia. E di casi simili ce ne sono svariati. Nel caso degli Himba, per esempio, le parole per descrivere alcuni tipi di verde e di blu sono uguali e dopo diversi studi i ricercatori sono giunti alla conclusione che sia il linguaggio a “dirigere” la scelta percettiva: insomma nel caso dei tasselli colorati anche gli Himba vedono al diversa tonalità di colore ma considerano quel “blu” non poi così diverso dagli altri tasselli che, ai nostri occhi sono decisamente più verdi, perché nella loro lingua sono indicati con la stessa parola.

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Ché poi, a volerla dire tutta, anche in Europa un tempo il blu non era proprio percepito come facciamo noi oggi.

Durante Medioevo e Rinascimento e fino al XVII secolo, gli europei classificavano il blu come un colore caldo e non freddo come facciamo noi oggi. E sulle cartine geografiche i mari erano rappresentati in verde e non in blu. Di conseguenza il mare “era” verde non blu come lo descriviamo oggi nella maggior parte dei casi.

È cioè il comparto socio-culturale e linguistico a dirigere e influenzare la percezione.

Questo fenomeno nel caso degli odori è ancora più spiccato e, come dimostrato da molti studi tra i quali quelli della neurolinguista Asifa Majid e dei suoi collaboratori, popolazioni diverse hanno capacità di descrivere gli odori diverse, e ciò è influenzato principalmente dalla lingua e ha una base culturale. L’esempio più eclatante è dato da alcune popolazioni indonesiane, come i Maniq, con un linguaggio olfattivo ricco, variegato, preciso e molto più astratto del nostro: nel loro caso le persone non riconducono necessariamente un odore a un possibile oggetto-sorgente dell’odore stesso.

L’apoteosi sensoriale di tutta questa faccenda è come i colori influenzino anche la percezione olfattiva. Si è visto, per esempio, che odori intensi o un po’ irritanti vengono associati a colori più intensi e brillanti, e gli odori più familiari sono associati anche a colori più saturi.

Ciò che percepiamo e come descriviamo aromi e odori dipende da molte cose e ne sanno qualcosa sommelier e degustatori…

Bonus

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Visto che siamo in periodo di festeggiamenti se voleste essere anche in tinta con l’anno nuovo ricordiamoci che esiste il vino blu. Messo in commercio già nel 2016 dall’azienda spagnola Gik, fu subito molto criticato dagli esperti di vino poiché, tra le altre cose, il colore deriva dall’aggiunta di dolcificanti e coloranti. I produttori sostengono invece si tratti di innovazione, al momento però per la regolamentazione europea no può essere venduto con la denominazione di “vino” e la vicenda è ancora dibattutta legalmente (dal 2017, non credo sia ancora stata risolta).

Letture e bibliografia

  • Blu. Storia di un colore; di Michel Pastoureau (Autore), F. Ascari (Traduttore).
  • Cromorama. Come il colore ha cambiato il nostro sguardo; di Riccardo Falcinelli.

  • Stevenson RJ, Rich A, Russell A (2012) The nature and origin of cross-modal
    associations to odours. Perception 41: 606–619.
  • Spector F, Maurer D (2012) Making sense of scents: the colour and texture of odours. Seeing Perceiving 25: 655–677.
  • Asifa Majid, Nicole Kruspe (2018) ReportHunter-Gatherer Olfaction Is Special. Current Biology28, 409–413.
  • Roberson D, Davidoff J, Davies IR, Shapiro LR. (2005) Color categories: evidence for the cultural relativity hypothesis. Cogn Psychol. 50(4):378-411.

 

Bagni per tutti

 

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Il  water dorato di Maurizio Cattelan per il Guggenheim Museum di New York.

 

Quale occasione migliore per riprendere ad aggiornare il blog se non la giornata mondiale della toilette.

Se penso al bagno, penso ai viaggi. Penso a tutti i posti improbabili in cui capita di trovarsi a fare pipì o, peggio, cacca quando si è in giro o proprio nei momenti meno opportuni. I bagni nei baretti sgangherati in cui si entra e si chiede un caffè di cortesia, quelli delle stazioni, degli aeroporti, degli autogrill – e quanto sono diversi a seconda della regione e del Paese in cui ci si trova? – i bagni sulle barche a vela, quelli sui treni; nei ristoranti, negli alberghi, quelli in cui entri e vorresti camminare levitando, e quelli che li vedi e sono più grandi del tuo salotto. Io poi, e sono sicura di non essere l’unica, ho una passione per i bagni giapponesi: già dagli anni Ottanta iniziarono a fare i WC accessoriati con funzioni come le fontanelle per lavarsi subito dopo, restando seduti sulla tazza. Si potrebbe pensare a una cosa scomoda, o in verità poco igienica, o strana, ma bisogna provare. Quando l’asse è pure riscaldato poi, non ne parliamo.

A seconda del continente, dello Stato, della cultura e della religione le abitudini e i modi di andare in bagno cambiano, e cambia il tipo di dispositivo usato: la tazza, la “turca”, e svariate forme intermedie, talvolta anche senza acqua corrente. Ecco, perché acqua corrente e water con sciacquone non sono roba che hanno tutti. In molti posti dell’Asia orientale, per esempio in Cina, fino a pochi anni fa, non era uso comune neanche avere i bagni in casa, si usavano quelli pubblici. Fatti spesso più a latrina che a bagno come lo intendiamo in Occidente, di solito con delle turche messe in fila, senza porte (come anche, per esempio, in certe zone in Sudamerica), erano talvolta organizzati con dei semplici vani a fossa, senza acqua corrente. E immaginate l’odore. Questa cosa, tra l’altro, creò numerose pressioni in occasione delle olimpiadi di Pechino nel 2008, perché la città, e soprattutto i bagni pubblici, non erano conformi agli standard internazionali. Quello fu uno dei propulsori per implementare, almeno nei grossi centri e città, un ammodernamento non solo dei servizi pubblici, ma anche delle abitazioni, iniziando a fare i bagni negli appartamenti.

 

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Bagno pubblico “vecchio stile” in Cina

 

Ad ogni modo, come si legge sul sito del World Toilet Day (il giorno mondiale della tiolette), al mondo ci sono ancora circa 4.2 miliardi di persone senza un cesso.

Il vocabolario Treccani riporta la seguente definizione di “cesso”:

“(pop.) [locale, spec. modesto, in cui si trovano i servizi igienici] ≈ bagno, (volg.) cacatoio, gabinetto, latrina, orinatoio, (volg.) pisciatoio, (disus.)…”

Per capirci, a quei 4,2 miliardi di persone non manca la toilette, o il bagno giapponese, e neanche il water come lo intendiamo e usiamo comunemente dalle nostre parti. A quei miliardi di persone – quasi la metà della popolazione mondiale – manca qualcosa che è vagamente definibile dal “cesso” in giù: non hanno un posto in cui espletare le proprie funzioni fisiologiche definibile almeno come latrina, e che sia sicuro e in condizioni igienico-sanitarie sufficienti a non prendersi diarrea, colera o simili solo a guardarli. Figuriamoci poi annusarli (a questo ci torniamo dopo). Inoltre, almeno un miliardo di loro, la fa all’aperto direttamente.

Ecco il perché di questa giornata, fatta nascere dall’organizzazione mondiale della toilette, un organismo no-profit sostenuto anche dalla Nazioni Unite e fondato nel 2001. Lo scopo è promuovere e sensibilizzare alla diffusione e all’uso di strutture e servizi sanitari adeguati, perché non avere servizi igienici funzionanti e puliti favorisce la diffusione e la trasmissione di malattie contagiose, e rende anche la qualità della vita in generale molto più bassa. Come al solito, le fasce più colpite sono quelle più vulnerabili: i bambini piccoli, che sotto i 5 anni muoiono come mosche per semplici diarree; anziani; persone già malate, che quindi si aggravano; e poi donne e ragazzine. Per le persone di sesso femminile, infatti, si tratta anche di “gestire” la questione mestruazioni, che, in teoria, non dovrebbe rappresentare proprio nessuna questione, ma che di fatto diventa un problema logistico e psicologico non da poco quando ci si trova in posti in cui è difficile cambiarsi, lavarsi, avere una certa privacy e magari le stesse mestruazioni sono stigmatizzate culturalmente. E in molte regioni, come in Africa o in India, l’abbandono scolastico delle ragazzine passa anche per la mancanza di servizi igienici adeguati nelle scuole.

In diverse regioni, inoltre, la mancanza di strutture adeguate genera un circolo vizioso: i bagni ci sono, ma sono fatiscenti e hanno cattiva manutenzione, diventano sporchi e puzzolenti, le persone perciò preferiscono farla nei campi invece che usare questi bagni, e farla all’aperto contribuisce a rendere le aree abitate poco salubri e la diffusione di malattie.

Bill Gates e le toilette che profumano

Preso atto di questa situazione, nel 2016 Bill Gates annunciò di voler sostenere la causa con un progetto per limitare la puzza dei bagni, e quindi incentivare le persone a usarli. L’intento è lodevole, ma va analizzato.

Il progetto era quello di produrre, in collaborazione con Firmenich, una delle principali aziende mondiali di profumi e aromi, una “contro-puzza”, un odore cioè capace di azzerare l’effetto della puzza prodotta da feci e urine. A sua detta funzionerebbe andando a disattivare i recettori olfattivi sensibili alle principali molecole della puzza di feci: indolo, p-cresolo, acido butirrico e dimetil trisolfuro (il mix riprodotto in laboratorio per testare la puzza e come neutralizzarla).

Potrebbe funzionare?

Se sapessimo davvero come “disattivare recettori specifici per precisi odori, forse sì. C’è solo un piccolo dettaglio: quasta cosa gli scienziati non hanno ancora capito come farla, anzi se ci riuscissero probabilmente salterebbe fuori un altro Nobel.

Come ho spiegato in diverse occasioni, per quasi nessuna molecola odorosa esiste un recettore olfattivo specifico, e peraltro molti recettori sono ancora “orfani”, cioè non si è ancora scoperto da quali molecole vengono attivati. L’attivazione dei recettori da parte delle molecole odorose funziona un po’ come la combinazione di una cassaforte perché ogni molecola è di solito capace di legarsi con diverse affinità a più recettori. Il messaggio “odore” viene generato, nel cervello, dopo che è avvenuta questa attivazione combinatoria. Se avessimo la tastiera di un pianoforte e ogni tasto corrispondesse a un recettore, si tratterebbe – nella visione di Gates – di silenziare alcuni tasti, però con l’olfatto non si può fare, anche perché appunto non si saprebbe cosa silenziare e comunque ogni singolo tasto non corrisponderebbe a un singolo odore.

I metodi per “disattivare” momentaneamente i recettori olfattivi non sono specifici e semplicemente non fanno sentire più nessun odore, come alcuni spray allo zinco che si usano in ambito medico o per esperimenti particolari. Non si può cioè avere una sostanza da annusare semplicemente, se la si annusa si genererà una risposta olfattiva e si sentirà più o meno tutto.

Altra faccenda è tentare di mascherare gli odori con altri. In questo caso si può ipotizzare che le ricerche cerchino di sviluppare, per esempio, molecole capaci di legarsi a quelle odorifere per modificarle. Semplificando, se la molecola puzzosa reagisce con un’altra, si genera per esempio un’altra molecola, diversa, che magari non puzza o puzza meno. Purtroppo però, per questioni aziendali e di mercato, i dettagli di queste ricerche non sono disponibili. Quindi per il momento non rimane che attendere, con un sano scetticismo.

Meno puzza, più bagni?

E poi siamo sicuri che eliminare il cattivo odore, da solo, incentiverebbe l’uso dei bagni?

Verrebbe da dire di sì, ma anche in questo caso vorrei sollevare alcune considerazioni: come ben dimostrato dalla questione dei bagni in Cina (solo per riprendere l’esempio di prima), e da numerosi esperimenti e ricerche, alla puzza ci si abitua e se diventa un elemento quotidiano la soglia di sopportazione si alza. Se però le condizioni sono di generale fatiscenza e sporcizia, è ragionevole pensare che abituarvisi sia più difficile. Inoltre, in molti casi l’ostacolo è di tipo infrastrutturale e sociale, e manca spesso un’adeguata informazione ed educazione sanitaria. Questioni alle quali appunto lavora l’organizzazione per la toilette e altri organismi delle Nazioni Unite.

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Insomma, è importante che i bagni siano puliti, sicuri e accessibili a tutti, certo se poi profumano anche…

Bonus

Sui bagni nel tempo antico:

McMahon, A. in Sanitation, Latrines and Intestinal Parasites in Past Populations (ed. Mitchell, P. D.) 1940 (Routledge, 2015).

Jansen, G. C. M. et al. (eds) Roman Toilets: Their Archaeology and Cultural History. BABESCH Suppl. 19 (Peeters, 2011).

Siccome la questione è critica anche sul piano energetico ed ecologico, si parla di sistemi efficienti per creare bagni accessibili a tutti anche in “Trash – tutto quello che dovete sapere sui rifiut” di Alessandra Viola, Piero Martin (Codice Edizioni).

Invece di puzza, bagni cinesi e del perché non tutti siamo disturbati dalle stesse puzze ne ho parlato anche nel mio libro 😉

Il blog è diventato un libro

Cover Il senso perfetto

Rieccomi con una bella novità: dal blog è nato un libro, per Codice Edizioni, e lo trovate in libreria dal 18 settembre (oppure on-line già in prevendita).

Sulla scia delle storie che molte volte avete trovato qui, vi racconto come funziona il nostro senso più selvaggio e a volte bistrattato e perché sentiamo ciò che sentiamo quando annusiamo qualcosa. Perché gli odori ci travolgono, evocano emozioni e ricordi, ma poi  fatichiamo a dare loro un nome? Perché l’attrazione passa anche attraverso il naso? E come procedono le nuove ricerche e tecnologie per creare nasi elettronici? E, invece, quando l’olfatto non funziona più bene? Nel libro ho raccolto fatti scientifici e storie di odori e di nasi, per chi vuole capire meglio come annusiamo e per chi invece non vi ha mai posto troppa attenzione e vorrebbe saperne un po’ di più.

Prossimamente ci saranno aggiornamenti, intanto potete seguire i miei spostamenti e altri racconti anche sul profilo di IG.

 

 

Coming up

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Morgana, I am the odor – Picture from the dance-theater performance with scent installation  The Labyrinth,  Frankfurt 2018. (Concept: Ruben Wielsch, Antagon TheaterAktion).

Lo so gli aggiornamenti qui languiscono, ma ci sono buone ragioni di cui presto vi renderò partecipi. Progetti vecchi e nuovi che crescono, si mescolano, evolvono, si trasformano, inzuppati nelle mie solite faccende di vita – scienza, danza, odori, curiosità, e il solito processo trasformativo di eccitazione, frustrazione, impazienza, sorpresa, delusione, ancora sorpresa, risate (tante), scoperte, contrarre, rilassare, vivere – non so ancora come andrà, ma odora di buono.

Stay tuned…

 

It has been a busy time, my updates here languish, but with good reasons I will share soon. Working on several projects, which are now growing, seeds germinating, little plants growing  I am down the process of happy production: studying, writing, dancing and smelling with excitation, a little of impatience, surprise, delusion, surprise again, laughs (a lot), words messing up, thoughts messing up, release, scent and movement, just life – not sure what comes next, but it smells good.

Stay tuned…

By the way next weekend (Saturday, May 4th) I will be presenting at the Experimental Scent Summit organized by The Institute of Art and Olfaction and artist Klara Ravat one of my latest work-in-progress-germinating project.

Una rosa è una rosa è una rosa è una rosa

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Rosa bulgara, Kalofer 2018. Credit: perfectsenseblog

Vi siete mai chiesti quante rose ci vogliono per fare un profumo? Beh dipende, solitamente nelle fragranze ci sono molte materie prime combinate e bilanciate insieme per creare un bouquet armonico, e pure quelli ispirati esplicitamente all’odore della rosa contengono anche altre materie, odori che servono, per esempio, ad armonizzare la fragranza e renderla più “completa”, e dipende poi dalla maestria e fantasia del profumiere e dall’idea che vuole esprimere (soprattutto nella profumeria più tradizionale e di nicchia, e nel caso di profumieri – i “nasi” – indipendenti). È più utile forse partire dalle materie prime, oli essenziali e assolute. Quante rose servono?

Di ritorno da un breve viaggio in Bulgaria, maggiore produttore insieme alla Turchia della rosa damascena, voglio raccontarvi della valle delle rose e di come dai fiori si arriva all’olio essenziale.

Le principali rose usate per la profumeria sono la rosa centifolia, la rosa alba, la rosa gallica, e la rosa damascena o rosa bulgara coltivata, come dicevamo, principalmete in Bulgaria e Turchia, ma anche in Iran, e in India che ne è un discreto produttore.

Le vicende evolutive e gli intrecci genetici che hanno portato alle attuali rose sono un capitolo interessante, e sulle loro origini ci sono ancora diverse questioni aperte. Tra l’altro, sono al momento in corso diversi studi per capire meglio i meccanismi genetici e molecolari che permettono a certe rose di  profumare più di altre. Contrariamente a quanto uno possa pensare, infatti, anche se spesso associamo le rose al loro profumo, la maggior parte di quelle in circolazione per scopi commerciali non ne hanno poi granché. La ragione è che nel corso del tempo attraverso i vari incroci le varietà sono state selezionate più per l’aspetto, il colore e la longevità che per l’odore. D’altra parte, siamo in tempi ecologicamente difficili e i cambiamenti climatici stanno mettendo a dura prova molte delle tradizionali coltivazioni, non solo di rose, per cui anche quelle dedicate ai profumi rischiano di diventare sempre meno e i produttori di oli essenziali e industria profumiera iniziano ad allertarsi e a cercare nuovi sistemi per garantirsi produzioni decenti.

Nel frattempo, uno studio pubblicato quest’anno su Nature genetics ha prodotto informazioni molto utili per venire a capo delle catene biosintetiche che determinano il colore dei petali, il profumo e i tempi di fioritura di una varietà di rosa cinese. Questi dati potrebbero aiutare a capire come favorire incroci di rose profumate e con un bel colore, e aiutare i coltivatori a ottenere rose più adatte alle attuali condizioni climatiche e alle nostre necessità. Inoltre, come dicevamo, l’interesse scientifico è anche nel venire a capo dei vari incroci, discendenze e parentele tra le circa 200 specie di rosa che ci sono (la metà delle quali, è poliploide, cioè con più corredi cromosomici). I ricercatori pensano che siano circa 8-20 le specie che anno inizialmente contribuito all’attuale panorama genetico delle varietà ibride, e una delle più importanti è proprio Rosa chinensis (diploide), portata in Europa dalla Cina intorno al Diciottesimo secolo e molto apprezzata e usata negli incroci per la frequenza delle fioriture e la longevità dei fiori. Avete presente la rosa tea? È una delle più conosciute e variegate, e sappiate che è una delle principali discendenti degli affari promiscui avvenuti nel tempo tra Rosa chinensis e i diversi tipi di rose europee e del Medio Oriente.

In Ordine: Rosa chinensis, Rosa alba, Rosa gallica, Rosa tea (ibrido).

 

Ma anche la nostra rosa damascena – e sì, anche lei si è incrociata con la chinensis – ha un albero genealogico e discendenze piuttosto intricate: originaria, si pensa, dell’Anatolia, si è poi diffusa in altre aree crescendo spontaneamente tra Caucaso, Siria, Persia, fino al Marocco e l’Andalusia. Gli incroci iniziali furono probabilmente tra Rosa gallica e Rosa moschata nel caso della varietà autunnale (autumn damask), e tra Rosa gallica e Rosa phaenicia per la varietà estiva (spiegazione semplificata, visto che gli intrecci, ibridi e varietà sono numerose, i botanici in ascolto sono i benvenuti per ulteriori commenti; Fonte: Hurst 1941; Nagar et al., 2007). Il nome “rosa di damasco”, viene proprio da uno di questi centri di origine da cui fu poi portata in diverse altre aree del Mediterraneo per trovare in Turchia e Bulgaria l’ambiente perfetto per crescere. Andiamoci.

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Coltivazione di rosa damascena, Kalofer 2018. Credit: perfectsenseblog.

 

Il centro della Bulgaria è una grande conca circondata, e riparata, dai Balcani e dagli antibalcani. La temperatura non è perciò mai troppo rigida e le sere estive non troppo calde. Inoltre, il sottosuolo è ricco d’acqua e ciò, insieme alle caratteristiche del terreno, rende questa zona, la valle tra Karlovo, Kazanlak e Plovdiv, il regno perfetto per la crescita della rosa damascena. Passandoci in macchina si osserva un paesaggio verdeggiante, un pianoro intervallato da tratti arborei che lasciano poi spazio a diverse coltivazioni tra le quali spiccano i campi di rosa: distese di arbusti verdi e bassi puntellati di rosa. A intervalli si trovano anche campi di lavanda, dai quali si ricava un ottimo olio essenziale (uno dei produttori che ho incontrato durante il mio viaggio, mi ha anzi fatto notare come la qualità della lavanda bulgara, e del suo olio essenziale, non abbia assolutamente nulla da invidiare a quella francese, anzi, a sua detta, è migliore. Certo sarà stato anche un po’ di parte, ma devo dire i campi avevano un aspetto bellissimo e l’olio essenziale che ho provato mi è sembrato davvero di ottima qualità – nonostante la mia personale insopportazione per l’odore della lavanda, ma su questo sorvoliamo).

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Distillatore tradizionale, usato ormai solo a scopo espositivo. Distilleria Enio Bonchev, Kazanlak. Credit: perfectsenseblog.

 

Nell’estrazione dell’olio essenziale di rosa uno dei fattori limitanti è che i petali ne contengono poco, e anche per questo motivo ne servono molti. Inoltre le fioriture, i tempi e il quantitativo non sono facilmente controllabili. La stagione di raccolta dura di solito tutto il mese di maggio. I coltivatori mi hanno detto che quest’anno hanno avuto un maggio pieno e la fioritura ha anticipato leggermente, così come le temperature sono state un pochino più alte degli anni scorsi…

Le rose vanno raccolte al mattino presto, di solito si inizia verso le 6 e si continua fino a mezzogiorno. Bisogna far in fretta e raccogliere i fiori a mano uno a uno. Un tempo si usavano grandi cesti di vimini o paglia, come si può vedere nelle foto tradizionali e nelle ricostruzioni storiche, ma oggigiorno si usano soprattutto sacchi di plastica, meno poetici, ma più pratici, leggeri e facili da trasportare. I fiori devono essere distillati il giorno stesso perché non deteriorino. I sacchi sono più o meno “tarati” nel senso che riempiti pesano circa 10-12 kg; al punto di raccolta ogni sacco viene pesato e messo “in attesa” per l’imminante distillazione. Un singolo raccoglitore fa in media 4 sacchi al giorno, e il prezzo di raccolta è di circa 1 Lev (ca. 0.51 eu) per kg, cioè i raccoglitori ricevono in media 25eu al giorno (circa il 10 percento dell’introito) più, spesso, vitto e allggio. Mi dicevano, tra l’altro, che quest’anno hanno fatto fatica a trovare i lavoratori locali e molti sono stati reclutati in Moldavia.

In una delle distillerie che ho visitato i numeri erano questi: quattro distillatori principali in acciaio inox ognuno dei quali ha una capienza di circa 180 kg di rose, a cui viene aggiunta acqua in rapporto 1:4 (c’erano poi altri sei distillatori in rame e più datati, grossi più o meno la metà degli altri). La distillazione avviene in acqua (nel caso della rosa la distillazione con vapore non funziona molto bene perché i petali si appiccicano tutti insieme durante il processo e pare che il risultato non sia dei migliori), dopo un primo passaggio si ottiene un liquido formato da olio essenziale che galleggia in superficie e viene subito raccolto, e acqua di rose che viene raccolta separatamente e fatta distillare una seconda volta per estrarre i componenti aromatici rimasti e che si erano liberati nella parte acquosa invece che in quella oleosa della prima distillazione. Alla fine i due oli essenziali, quello della prima e della seconda distillazione, vengono uniti e messi a maturare, mentre l’acqua rimasta dalla seconda distillazione viene usata per fare, appunto, l’acqua di rose.

Distilleria Enio Bonchev, Kazanlak. Credit: perfectsenseblog.

 

Una rosa pesa circa 5 grammi; da 1000 kg di rose si ottengono circa 200 ml di olio essenziale (o.e.), cioè per fare 1kg di o.e. di rosa servono circa 3000-3500kg di rose (nel caso della Rosa alba ne servono circa 5000kg), per un prezzo finale intorno ai 20-25 euro/ml.

Ma alla fine a cosa dobbiamo il profumo della rosa damascena? Come al solito, si tratta di almeno un centinaio di molecole che insieme determinano il caratteristico odore. Inoltre, un po’ come avviene con i vini per capirci, il risultato finale dipende da tanti elementi: abbiamo le caratteristiche genetiche a cui accennavamo prima, le condizioni ambientali – clima, suolo, acqua, etc, – e come queste ultime influenzano l’espressione di alcune caratteristiche genetiche; e poi ci sono le condizioni di temperatura e pressione alle quali avviene la distillazione, e il tipo stesso di distillazione e estrazione dell’olio essenziale: come dicevamo nel caso della rosa damascena si usa principalmente la distillazione in acqua (idrodistillazione), nel caso della rosa centifolia è invece più comune l’estrazione in solvente (di solito esano) da cui si ottengono le assolute.

Ad ogni modo, alcune delle molecole più caratterizzanti sono:

  • Citronellolo
  • Geraniolo, che tra l’altro veniva, e viene ancora usato per “tagliare” l’olio essenziale e contraffarlo. Cioè visto che l’olio essenziale di rosa puro è costoso, veniva allungato col geraniolo o simili.
  • Linalolo
  • 2-fenietanolo
  • Cis- rose-ossido

E poi questi tre, che se pur in concentrazioni bassissime (intorno allo 0.20%) conferiscono la parte più caratterizzante dell’odore:

  • α e β-Damascenone
  • β-ionone
  • α e β-Damascone

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La mia valigia oramai sa solo di rose (ma poteva andare peggio dai).

Bonus

La raccolta delle rose si chiude tradizionalmente con una grande festa folcloristica durante il primo fine settimana di giugno a Kazanlak. Il culmine si raggiunge la domenica con la parata finale: gruppi e rappresentanze da ogni parte del mondo si radunano qui e dopo assersi esibiti nei giorni precedenti in una rassegna di danze folcloristiche, sfilano per la città. Insieme a loro ci sono rappresentanze di scuole, club sportivi, e associazioni di ogni tipo:

Per l’Italia c’era Il palio della rosa.

 

Credit: perfectsenseblog.

 

C’erano anche una rappresentaza canina, e i bikers del Black roses motorcycle club 😀
Credit: perfectsenseblog.