‘Wurzi’ il fiore-cadavere sta tornando – The corpse flower is back to Frankfurt

E non è solo…

Del fiore (che sa di) cadavere e di quanto puzza vi avevo già parlato. L’anno scorso ne avevo beccato la fioritura al Palmengarden di Francoforte, dove la pianta sembra trovarsi proprio bene… Infatti in questi giorni ci sono altre due fioriture in arrivo!

Non è una cosa tanto facile, c’è una vera e propria gara tra i giardini botanici in giro per il mondo, e le fioriture di solito sono monitorate e seguite, tanto che in alcuni posti, quando ce n’è una si creano file di centinaia di persone per vederlo, e annusarlo.

E niente sto fiore puzzolente (ma precisiamo è un’infiorescenza) mi ha conquistata, e questa volta, in collaborazione con Hilke Steinecke del Palmengarten di Francoforte, terrò un visita guidata per annusarlo e conoscerlo meglio. Se per caso in questi giorni siete da queste parti scrivetemi! (qui sotto i dettagli).

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‘Wurzi’ and the little brother are about to bloom in Palmengarden Frankfurt. Credit: perfectsenseblog.

 

An evening with Amorphophallus titanum

A journey into the lovely stinky-world of the corpse flower

 in collaboration with Dr. Hilke Steinecke – Palmengarten Frankfurt

Let’s make it clear from the beginning; if they call it ‘corpse flower’ there is a reason.

And now, imagine being the first person who found it.

We are in the 1878 and Italian botanist Odoardo Beccari is exploring the tropical forest in Sumatra: a walk through all kind of green, a rich atmosphere, lush and highly humid, full of odors coming from the vegetation. Odoardo at a certain point is been catching from a strange scent, an unusual smell like something rotten. He thinks there must be a monkey-carcass somewhere nearby or something similar…

Odoardo starts to follow the putrid scent, but It turns out what he finds is not the remaining of a dead animal, but something way more interesting, and astonishing: a three-meters tall flower standing in front of him.

It is called Titan Arum, Amorphophallus titanum in Latin, which comes from ancient Greek and means άμορφος – amorphos, “without form, misshapen” and φαλλός – phallos, “phallus”, and “titan”, “giant”. The plant, from the Araceae family, consists of a smelly spadix of flowers wrapped by a spathe (a leaf-like bract), and it is the largest unbranched inflorescence in the world, though commonly named giant “flower”. And it stinks. Heavily and deadly. Why the plant produces such odors?

Meet Amorphophallus titanum at the Palmengarten in Frankfurt during a special tour in the evening, when the giant flower releases its putrid lovely scent at its best. We will talk about the olfaction, the sense of smell, and how we sense odors. We will have a special focus on stinky plants and on the particularities of Amorphophallus titanum.

Free your nose, It’s gonna stink…

Practical information

When: We don’t know! We are making the countdown for the plant to bloom, it can happen anytime within the next days. If you are interested in it write an email to hilke.steinecke@stadt-frankfurt.de  or to anna.derrico@gmx.de and we will let you know as soon as we are ready for the tour.

The tour will take place at h.19:30 and it takes almost 1.15 hours

Where: Palmengarten Frankfurt – Siesmayerstr. 61, 60323 Frankfurt am Main

Entrance: : It is Free! (donations are welcome)

Further information: hilke.steinecke@stadt-frankfurt.de   Tel: 069 212 38149

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Scent of Mimosa

Su quando scopri un odore

 

Sabato scorso mi è successa una cosa strana. Al mercato, passando davanti a un banchetto di fiori, ho visto delle mimose. Ma non è questo. È vero, qui in Germania, almeno dove sto io, di mimose a marzo non se ne vedono molte. Anche perché è una pianta che non ama i climi troppo rigidi. A sorprendermi, dicevo, è stato ciò che mi è successo con ste mimose.

Che poi son fiori a cui, per la verità, non avevo mai prestato troppa attenzione né mi sono mai piaciuti particolarmente. Anzi, siccome da noi le si regala l’otto marzo e spesso negozi e ristoranti ne sono pieni, mi sono sempre sembrate parte del risvolto un po’ commerciale della festa della donna. E invece, qui, ora, cosa mi è capitato. Sabato ho comprato un mazzo di quelle mimose, perché sì, mi hanno in qualche modo ricordato la primavera, il sole, ed è un fiore, dicevo, qui non tanto comune. Poi a casa, liberate dalla carta in cui erano avvolte e lasciati i rametti liberi, hanno iniziato a diffondere per tutta casa un profumo che non sentivo da tanto tanto tempo. Ironia, il mio compagno lo percepisce a malapena, a me pare che la casa ne sia ormai intrisa. Comunque.

Il potere degli odori. Questo è bastato a riportarmi indietro in un periodo non ben definito, tra infanzia e adolescenza, quando a scuola o in giro finiva sempre che qualcuno te ne regalasse una, e poi rientravo al ristorante dei miei, e ce n’era un rametto su ogni tavolo. E se ne vedevano ovunque, e, semplicemente, il loro profumo era parte di quel contesto, di quei giorni, lo sentivo, ma forse no, mi era indifferente. E invece ora, quell’odore, riesco a distinguerlo, riconoscerlo, ed è stato un po’ come quando scopri di essere innamorato di una persona che conosci da tanto, la prima volta che la guardi negli occhi con questa consapevolezza. Io, che non sono particolarmente sdolcinata; questo mi ha fatto l’odore di mimosa.

E niente, uno passa un sacco di tempo a studiare i meccanismi della percezione, il perché e il per come di certi fenomeni, e poi finisce così, trovi un fiore, lo annusi, e rimani lì, come un allocco.

Molecola, recettore, naso, neurone, amigadala, ippocampo, cuore che batte, io che un po’ mi emoziono. Certo, siamo animali strani.

MIMOSA 2_4 MARZO 2017

 

What happens when I smell mimosa

It was last Saturday, at the market. I walked by a flower stand and I spot some mimosa, not so common where I leave here, in Germany. I was a bit surprised to find them, and, probably inspired by the sunny day, looking forward to spring time, I brought home a bunch of these not easy to find flowers. Then, something happened.

I was never a big fan of such flowers to be honest. In Italy they are quite popular; at the beginning of March you can find them everywhere, since we usually use them to celebrate the women-day. So to me, they have always been much related to that, and to the “commercial” aspect of such celebration.

Anyway, now it turns out these tiny little yellow flowers have the power to bring me back to my far past. The smell of these mimosas, spreading in my house gave me new, unexpected deep feelings, like meeting an old friend after long time.

Funny, you spend so much time as a scientist, studying and investigating the physiology of perception, how smell works, trying to make sense of how stuff do what they do; then suddenly you smell a little flower, and you are lost.

Molecule, receptor, neuron, amygdala, hippocampus, the heart beating, my  feelings trembling. Indeed, we are strange, animals.

Summer digest I

Annuso cose, sniffo gente

 

Mentre tra un esperimento e l’altro lavoro a un paio di progettini di cui vi parlerò a tempo debito e che mi tengono al momento un po’ lontana dal blog (abbiate pazienza), vi propongo un concentrato estivo con un paio di aggiornamenti freschi freschi dal mondo della ricerca, e qualche appuntamento sparso su arte e cultura dell’olfatto.

 

  • L’antibiotico l’avevamo sotto al naso

O meglio dentro al naso, bisognerebbe dire, grazie al batterio Staphylococcus lugdunensis. Andreas Peschel con i colleghi dell’università di Tubingen, in Germania, ha appena pubblicato su  Nature una scoperta promettente: S. Lugdunensis produce una molecola chiamata lugdunina (in inglese lugdunin, non sono certa della traduzione italiana) che inibisce la crescita di un altro batterio, lo Staphylococcus aureus restistente alla meticillina. Questo batterio, nella sua forma normale, vive nel naso di una persona su tre, mentre il ceppo resistente alla meticillina si trova in due persone su cento. Può capitare che il batterio riesca a raggiungere il sistema circolatorio e, diffondendosi grazie al flusso sanguigno, causi gravi infezioni. I ricercatori ora hanno scoperto (187 i pazienti esaminati per questo studio), che se nel naso ci vive anche S. Lugdunensis le probabilità di Staphylococcus aureus di proliferare sono sei volte meno rispetto a chi non ha S. Lugdunensis, perché la lugdunina inibisce S. Aureus. La molecola è efficace contro le infezioni anche sulla pelle dei topi e i ricercatori sperano ora di arrivare un antibiotico efficace contro i ceppi di Staphylococcus aureus restistente alla meticillina per l’uomo.

  • Test olfattivi per diagnosticare l’Alzheimer

Questa settimana si è svolto a Toronto il congresso della Alzheimer’s Association dove sono stati presentati due studi della Columbia University per sviluppare test affidabili per la diagnosi precoce dell’Alzheimer. Uno dei primi sintomi di questa malattia, ma anche del Parkinson e di alcune altre demenze senili, è la perdita dell’olfatto. I ricercatori hanno condotto su pazienti sessantenni test olfattivi di riconoscimento di odori comuni come caffè, fumo e altri odori casalinghi. Le capacità di riconoscere gli odori si sono rivelati buoni predittori delle abilità di memoria e cognitive. I pazienti con difficoltà a riconoscere gli odori avevano tre volte più probabilità degli altri di avere anche problemi di memoria. Questi risultati sono anche in accordo con il secondo studio, fatto su 397 ottantenni, in cui i test olfattivi erano buoni predittori dello sviluppo di demenza.

  • Un recettore olfattivo “super-sensibile”

Come funzionino esattamente i recettori olfattivi e come facciano le molecole odorose a interagire con essi è ancora un bel cavillo per i ricercatori. Anche perché certi recettori sono molto specifici e riconoscono solo un odore, altri riconoscono diverse molecole. Alcuni ricercatori dell’Institute of Genetics dell’Università di Colonia, e dell’Istitute of Complex Systems del Research Center Jülich, sempre in Germania, hanno fatto alcuni esperimenti per capire meglio come funziona e come è fatto il recettore per la cadaverina (sì una delle responsabili della puzza putrescente di cadaveri e carcasse) TAAR13c. Hanno riprodotto il recettore in diverse versioni, ciascuna con specifiche mutazioni nei punti in cui si pensa interagisca e leghi la molecola. Ci sono due punti principali di interazione, uno sul lato esterno del recettore e uno interno. I ricercatori hanno scoperto che il sito interno se mutato faceva perdere del tutto al recettore la capacità di legarsi all’odore. Il sito esterno invece, se eliminato, rendeva il recettore molto più sensibile alla molecola. Secondo i ricercatori questo sito esterno agisce come una “porta-sensore” che regola e limita l’accesso al sito interno. I risultati, pubblicati su Scientific Reports, mostrano un nuovo meccanismo di funzionamento di questo specifico recettore (ma magari anche di altri simili) e gli scienziati pensano abbia avuto un vantaggio evolutivo visto che la cadaverina è un odore socialmente importante nel mondo animale.

  • Osmodrama Festival 2016 – Berlino

Smeller 2.0 è un organo di odori elettronico progettato dall’artista Wolfgang Georgsdorf. Pesa circa una tonnellata e mezza e ha 64 canali per gli odori che permettono di immettere nella stanza odori secondo una sequenza preordinata. In occasione dell’Osmodrama Festival rimarrà installato nello spazio della St. Johannes Evangelist Church dal 15 luglio fino al 18 settembre. Osmodrama è un progetto interdisciplinare per sviluppare performance con gli odori: possono essere le sequenze di odori da sole ad andare in scena o in combinazione con altre arti: musica, letteratura, danza. Esperienze multisensoriali che raccontano storie. Uno storytelling con odori e profumi, che è poi il workshop tenuto da Wolfgang Georgsdorf a cui parteciperò settimana prossima, non vedo l’ora! Vi racconterò tutti i dettagli al mio ritorno, intanto se vi va, potete esplorare il sito del Festival e programmare una gitarella 😀

  • Smell Festival in Puglia

Chi invece volesse fare un’immersione nella macchia mediterranea e abbinare il caldo torrido, terribile e meraviglioso della Puglia (ve l’ho già detto vero che è la mia regione natale?) a un’immersione nel mondo dei profumi, dal 5 al 10 agosto, tra il Castello Dentice di Frasso di Carovigno e la riserva naturale di Torre Guaceto (BR), si svolge la prima edizione estiva dello Smell Festival. Tra i vari appuntamenti ci saranno anche i laboratori dei miei maestri: Luigi Cristiano terrà due workshop di profumeria artigianale, sabato mattina sull’accordo ambra, una delle fragranze definite “orientali”, e domenica pomeriggio sul Chypre, uno degli accordi più classici e antichi; Martino Cerizza domenica mattina terrà il workshop ‘Di terra, di cielo, di mare’ sulla composizione di una fragranza ispirata gli odori del paesaggio mediterranei.

Per chi ama invece gli aspetti sociali e antropologici degli odori, sabato 6 agosto alle 18.00, Gianni De Martino, l’autore di Odori e Viaggi e Profumi (nel caso cerchiate ispirazioni per letture estive) terrà la conferenza ‘Non c’è fumo senza dei: note sui rituali aromatici’. Infine per chi ama i profumi e ed è curioso di sapere qualcosa sulla storia della profumeria italiana segnalo altri due incontri con Ermano Picco, blogger e esperto di profumi: sabato alle 20.30 ‘Rubini: fragranze dal futuro anteriore’, dove racconterà la nascita di Fundamental, profumo lanciato lo scorso anno Esxence e di cui mi sono perdutamente innamorata; e domenica alle 19.00 dove incece parlerà della profumeria italiana a cavallo tra gli anni Trenta e gli anni Sessanta.

  • Installazione odorosa a Manifesta 11

A Zurigo dal 11 giugno al 18 settembre si svolge la biennale europea di arte contemporanea. Tra le opere esposte merita quella di Mike Bouchet: 80 tonnellate di scultura fatta con rifiuti organici umani (pipì, pupù e varie per capirci) e un odore che si sente da lontano e all’apertura della mostra ha fatto un po’ trasecolare i curatori. Orribilmente ipnotica. Me l’hanno raccontata per ora, ma dovrò testarla col mio naso.

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Mike Bouchet, “The Zurich Load”, presso il Migros Museum of Contemporary Art. Credit: Camilo Brau, 2016.

 

Passate una buona estate.

 

Il fiore (che sa di) cadavere

po’

Allora diciamolo subito, anche perché, secondo voi, se lo hanno soprannominato “fiore-cadavere” (corpse flower) quale tripudio di aromi potrà mai sprigionare?

E ora pensate a chi lo scoprì.

Siamo nel 1878 e il botanico italiano Odorado Beccari si trova nel mezzo della foresta pluviale di Sumatra. Immaginatevi l’atmosfera umida e satura di odori tropicali, di fiori carnosi e selvaggi dall’aroma intenso, ma tutto sommato tollerabile o piacevole. Poi a un certo punto Odoardo inizia a sentire qualcosa, un tanfo rancido, tanto che pensa di trovarsi nelle vicinanze di una carcassa, una scimmia morta, vai te a sapere. E cosa fai, senti un odore del genere e non vai a vedere di cosa si tratta?

Seguendo questa scia pestilenziale il nostro Odoardo però di bestie morte non ne trova. Si imbatte invece in una roba un po’ surreale: un fiore di proporzioni gigantesche. Una base rosso vinaccia dal cui centro si erge uno stelo massiccio. Si chiama Titan Arum, ma in latino, vezzosi, hanno pensato bene di chiamarlo Amorphophallus titanum.

Si tratta per la precisione di un’infiorescenza a spadice, cioè non è un fiore solitario, ma un insieme di fiori in questo caso senza ramificazioni. Ed è la più grande al mondo. Per convenienza in gergo comune lo chiamiamo “fiore”.

Beccari

Botanist Odoardo Beccari.

 

Diverse specie di Arum hanno come profilo odoroso acidi esteri, p-cresolo, indolo e 2-heptanone – quello che, per capirci, sa un po’ di banana, ma è anche tra i componenti del mix di odori del gorgonzola, e viene, infatti, usato anche come aroma alimentare; il 2-heptanone è inoltre un feromone prodotto dalle ghiandole salivari delle api, e pare abbia anche un effetto anestetico:le api lo usano per stordire i parassiti eventualmente presenti nell’alveare ed eliminarli.

Ma tornando al nostro fiore gigante, perché sta puzza? L’odore è uno degli stratagemmi evolutivi che i fiori hanno sviluppato per attrarre gli insetti impollinatori. Però mica tutti sono attratti da robe vive, anzi. Mettetevi nei panni di un insetto “spazzino”, o di uno di quelli che si ciba di carogne o che ha bisogno di un bel posticino accogliente per deporre le uova. Niente meglio di un bel anfratto di carne putrescente con quel magico microclima generato dalla decomposizione e dall’attività di una moltitudine di batteri e parassiti che, digerendola, la trasformano, liberano anidride carbonica (CO2), altri gas e sostanze di cui le larve potranno nutrirsi. Di conseguenza a molti fiori conviene emettere aromi il più possibile simili a cose marcescenti.

E ora mettetevi nei panni di una pianta che deve sopravvivere e riprodursi in un ambiente estremamente competitivo come la foresta pluviale, dove mediamente gli insetti impollinatori sono piuttosto distratti da numerosi altri odori e per giunta l’aria circola poco per via dell’umidità e degli alberi alti che creano come un “tetto” di vegetazione rendendo l’aria ancora più “ferma”. In un ambiente del genere hai voglia tu a profumare, gli odori circolano a fatica e di insetti si rischia di non beccarne molti. Come l’ha risolta il nostro Titan arum? Con un mix letale.

Intanto il gigantismo, non è l’unico per la verità, ma è un elemento importante. Lo spadice centrale può tranquillamente raggiungere i tre metri di altezza. Gli scienziati hanno poi scoperto che è termogenico, cioè produce calore. Ma non un teporino così, la punta dello spadice raggiunge temperature di circa 36 gradi centigradi, comparabili alla temperatura interna di una persona, che è di 37 gradi. Come funziona? a cicli regolari lo spadice si riscalda e questo calore agisce in due modi: primo, aiuta a sprigionare gli odori che se già di loro sono pestilenziali immaginate col caldo; secondo, l’aria intorno e sopra lo spadice in questo modo si riscalda e, riscaldandosi, va verso l’alto facendosi largo tra gli strati di aria più fredda. Si generano in questo modo dei moti convettivi che portano aria calda e puzzolente verso l’alto. E così gli odori riescono a diffondersi più lontano.

La base del fiore inoltre, con il suo colore rosa scuro richiama l’aspetto della carne e quindi invita gli insetti ad avvicinarsi. Il tutto per cercare di attirarne il più possibile e ottimizzare i tempi e le risorse. Questo lavoro è energeticamente molto dispendioso e il fiore, infatti, dura al massimo 48 ore. Una volta andato, per il prossimo ci possono volere degli anni.

flower

Infiorescenza di Titan arum di 3.06 m, Giardino botanico di Bonn, 2003. Questa stessa pianta eccezionalmente nel 2006 produsse tre infiorescenze e gli scienziati potere farene accurate osservazioni sul fenomeno della termogenesi. (Bartlott et al., 2008, Plant Biology).

 

 

 

Tra le principali classi di odori identificati in diverse specie troviamo composti caratteristici di gas nauseabondi tipo petrolati; rancidi tipo formaggio; carne putrefatta, odori fecali; odori di pesce avariato e urina; odori speziati o che ricordano il cioccolato; odori di frutta.

 

 

 

 

In diversi giardini botanici è possibile trovarne degli esemplari anche se sono molto difficili da far crescere e ogni volta che una di queste delizie sboccia, c’è una movimentazione generale di botanici e scienziati che devono cogliere l’attimo per poterne studiare la biologia, e del pubblico che accorre curioso per snasare. Tra le recenti c’è stata Alice (perché a una pianta del genere non vuoi dare un nome?) sbocciata nel  Chicago Botanic garden a settembre 2015.

E niente, l’ho già aggiunta alla lista delle cose da fare almeno una volta nella vita: snasare sto fiore assurdo. Voi no?

The corpse flower

 

Let’s make it clear from the beginning, if they call it ‘corpse flower’ there is a reason.

And now, imagine being the first person who found it.

We are in the 1878 and Italian botanist Odoardo Beccari is exploring the raining forest in Sumatra: a walk through all kind of green, a rich atmosphere, lush and highly humid, full of odors coming from the vegetation. At a certain point a strange scent has been catching Odoardo, an unusual smell like something rotten. He thinks there must be a monkey-carcass somewhere nearby or something similar…

In such situation you don’t go straight ahead to see what is going on, do you?

Odoardo starts to follow the putrid scent, but It turns out what he finds is not the remaining of a dead animal, but something way more interesting, and astonishing: a three-meters tall flower standing in front of him.

It is called Titan Arum, Amorphophallus titanum in Latin, which comes from ancient Greek and means άμορφος – amorphos, “without form, misshapen” and φαλλός – phallos, “phallus”, and “titan”, “giant”. The plant, from the Araceae family, consists of a smelly spadix of flowers wrapped by a spathe (a leaf-like bract), and it is the largest unbranched inflorescence in the world, though commonly named giant “flower”. And it stinks. Heavily and deadly.

 

I was lucky last summer, August 2016, to get the blooming of a corpse flower in Frankfurt at the Palmengarden. Credit: perfecsenseblog.

 

Some species of Amorphophallus have an odor profile rich of chemical compound like cresol and indole (like human feces), and 2-heptanone, which smells like banana. Interestingly, 2-heptanone is also a bee-pheromone and it has anesthetic-effect: it is produced in the salivary-glands of the bees and used to knock-down intruders and send them out from the beehive.

Other characteristic odors of the plant include trimethylamine, which smells like rotting fish, isovaleric acid, a cheese-smell also similar to used sweaty socks, benzyl alcohol, like floral scent, and several others ketones, esters and dimethyl oligosulphides.

Why the plant needs such odors?

Plants often use scent to attract pollinators, but what if the pollinators love rotting stuff? There is a bunch of parasites and insects that use rotten flesh to depose their eggs and grow well in the special “microclimate” generated by decomposing bacteria and small animals. Therefore for a certain plants it is useful to be stinking. Actually they evolved a stinking strategy, along with a reddish aspect of the spathe in order to pretend to be a decaying animal or a piece of rotten flesh. In this way they can mislead pollinators like carrion beetles and blowflies that get attracted by the putrid smell.

But there is more, the plant is thermogenic, meaning it heats up. Imagine being a plant in the middle of the jungle. You have many competitors for pollinators. To overcome this problem, the plant heats up to 36 degrees – close to the internal temperature of human body! – allowing the air in the surrounding to move up creating convection currents. In other words, the air close to the spadix – the smelly part of the plant – catches the odors and warms up because of the plant-temperature; therefore she travels to the upper levels sending the putrid call far away for the pollinators to come. Clever.

On the other hand this work is demanding for the plant, which needs lot of energy. Therefore the flower usually last around 48 hours. Two days of crazy putrid exhalation, short, but intense.

The plant is relatively difficult to grow and botanical gardens all around the word are in a sort of competition for the Titan Arum to bloom. And from times to times pops up an alert from one of them: the stink-bomb is about to bloom.

Bonus



Su Pinterest trovate una galleria di foto bellissime.

References

W. Barthlott, J. Szarzynski, P. Vlek, W. Lobin & N. Korotkova, (2008). A torch in the rain forest: thermogenesis of the Titan arum (Amorphophallus titanum). Plant Biology ISSN 1435-8603.

G.C. Kite, W,L.A. Hetterscheid, M.J. Lewis, P.C. Boyce, J.Olleton, E. Cocklin, A. Diaz, and M.S.J. Simmonds (1998). Inflorescence odours and pollinators od Arum and Amorphophallus (Araceae). In S.J. Owens and P.J. Rudall (Editors). Reproductive biology, pp295-315. Royal Botanic gardens, Kew.

Un profumo felino

Ovvero se al micio piace Calvin Klein

 

Leggevo di un’osservazione curiosa, ancora della fine degli anni Novanta, in uno zoo del Texas: il gattopardo americano va di matto per Obsession for men di Calvin Klein. Sì il profumo. Ora ve la racconto.

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Credit: Wikipedia

Il gattopardo americano (Leopardus pardalis), o ocelot, è un felino del Centro e Sud America, ma il suo areale si spinge fino al Texas meridionale. È un bel micione del peso di circa 15-18 chili e di esemplari allo stato selvatico purtroppo non ne rimangono molti; di alcune sottospecie ancora presenti nel Texas meridionale se ne contavano a fine anni Novanta circa 100-150 esemplari. I ricercatori dello zoo di Dallas cercavano perciò una strategia efficace e non invasiva per spingere questi animali in corridoi di territorio protetti tra il Texas e il Messico, dove potessero avere un habitat più favorevole e adatto a riprodursi. Per poter censire e monitorare la popolazione sarebbe stato poi utile avere dei campioni del pelo, in modo da poter estrarre dai bulbi piliferi il DNA e quindi identificare i singoli individui. Come convincere gli animali a spostarsi? Usando piste odorose. Come tutti i felini, anche questo gattopardo segna il territorio con spruzzi di pipì e strofinandosi contro alberi e cespugli. Così facendo sul terreno e sui tronchi rimangono sempre dei peli, i ricercatori li raccolgono e possono così analizzarli. Ora si trattava di scegliere l’odore da usare per attirarli. Dopo diverse prove andate male fatte nello zoo, i ricercatori fecero alcuni tentativi usando dei profumi – quando si dice provarle tutte 😀 – e tra questi Obsession for men diede i risultati migliori. Spargendo su alberi, cespugli e angoli di terreno questo profumo, i ricercatori osservarono che gli animali ne erano attratti e, soprattutto le femmine, ci si fiondavano e iniziavano a strofinarcisi.

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Queste osservazioni sono state negli anni replicate in diversi zoo (zoologi in ascolto se ne sapete o avete precisazioni da fare manifestatevi che di sicuro ne sapete più di me, ne sarò felice), tra i quali quello del Bronx di New York e il Taronga Zoo di Sydney. In uno studio della Wildlife Conservation Society del Bronx Zoo, per esempio, sono stati testati diversi profumi e colonie su felini in cattività, e dalle loro osservazioni pare che Obsession fosse effettivamente il più gettonato. Bisogna ovviamente notare una certa variabilità nel comportamento degli animali, non erano proprio tutti tutti interessati al profumo. La possibilità che l’effetto fosse poi amplificato o comunque infleunzato dallo stato di cattività non è da escludere. Inoltre, potrebbe essere che invece gli animali selvatici, esposti già naturalmente a molti più odori, risultino mediamente più indifferenti al profumo. Anche per questo motivo diversi ricercatori hanno provato a fare dei test simili con gli animali selvatici. I biologi del Natural History Museum di Los Angeles hanno condotto alcune osservazioni sul giaguaro in Nicaragua.

Per l’osservazione e il monitoraggio di animali sfuggenti come i felini un metodo ideale è quello delle fotocamere nascoste. Queste camere hanno dei sensori all’infrarosso, visto che questi animali sono attivi soprattutto di notte, e si attivano quando l’animale è vicinissimo. In questo modo gli studiosi possono riprendere gli animali e successivamente raccogliere i campioni del pelo lasciato dal felino strofinandosi sul posto. Per attirarli alle fotocamere i ricercatori hanno provato diversi odori e, di nuovo, pare che Obsession funzioni molto meglio di altri odori.

Come mai sto profumo? Tra i suoi componenti c’è un composto, usato storicamente in profumeria, che ha appunto una nota “animale”. In profumeria se ne usano diverse, questa in particolare si chiamata civetta, perché ricavata appunto dalla ghiandola anale dello zibetto (civet in inglese). Gli animali usano questi odori per comunicare e, come dicevamo, segnare il territorio. L’uomo ha scoperto che a piccole dosi e ben miscelati ad altri odori, permettono di creare profumi voluttuosi. Oggi questi composti – per ragioni di costi e di preservazione delle specie animali – sono di solito riprodotti in laboratorio (di questo parleremo meglio un’altra volta). Ad ogni modo, è possibile siano queste note animali presenti nel profumo ad attirare i felini.

C’è poi da dire che in alcuni zoo, come parte del programma di arricchimento sensoriale dell’ambiente per gli animali, insomma per stimolarli e tenerli attivi, vengono usati diversi odori e oli essenziali. Al Taronga Zoo di Sydney hanno osservato che tigri e giaguari apprezzano le note speziate, soprattutto cannella e zenzero, ma anche cardamomo, finocchio, chiodi di garofano. E note forti come la menta piperita. Al solito c’è da osservare che ogni animale mostra poi delle preferenze più per una o per l’altra.

A parte report e osservazioni degli zoo non sono riuscita a trovare pubblicazioni scientifiche sulla questione, per cui rimango ancora un po’ scettica e proseguirò le ricerche. Vi tengo aggiornati.

Intanto mi servirebbero un paio di gatti e un goccetto di Calvin Klein…

 

Bonus

Salvador Dalí aveva come animale domestico un ocelot, Babou. Ecco noi però lasciamoli dove sono, miraccomando.

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Credit: Wikipedia

Parliamo insieme di olfatto

Incontriamoci a Verona per esplorare puzze, odori e aromi

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Un odore può essere verde, caldo, speziato, scintillante, acuto, avvolgente, putrido, fiorito, fruttato, luminoso o tenebroso. Sappiamo sempre riconoscere e dare un nome agli odori che sentiamo? Cosa accade nel nostro naso – e nel nostro cervello – quando annusiamo qualcosa? Ma soprattutto, che cos’è un odore? Il primo weekend di marzo, se ancora non avrete altro in programma, potreste fare un salto a Verona, dove parlerò proprio di questo.

Perugia Officina Scienza Tecnologia (POST), una fondazione di comune e provincia di Perugia per promuovere e divulgare la scienza, ha fatto un progetto di divulgazione scientifica itinerante ispirato ai temporary shop – cioè negozi temporanei aperti in aree dove una specifica marca non ha distribuzione. L’idea dei Temporary Science Center, progetto sostenuto dal MIUR, è quella di creare dei centri della scienza temporanei in aree in cui non ci sono, un’opportunità per avvicinare il pubblico alla scienza con incontri, conferenze, caffè scientifici, percorsi didattici per le scuole e laboratori interattivi per adulti e bambini.

La prima tappa sarà a Verona, da sabato 20 febbraio a sabato 5 marzo, nella sala espositiva Renato Birolli, un ex macello comunale, in pieno centro città. Da lunedì a giovedì lo spazio sarà dedicato alle scuole, con percorsi didattici e laboratori, mentre dal venerdì per tutto il weekend ci sarà l’apertura al pubblico, con ingresso libero.

Sabato 5 marzo, dale 15.30 alle 17.15, come vi dicevo farò un intervento sul senso dell’olfatto, aromi, odori e puzze, seguito alle 17.30 da una degustazione di vini guidata – lì io più che altro assaggerò insieme a voi 😀 – a cura di Stefania Pompele (Terra Uomo Cielo). L’ingresso è libero, ma conviene prenotare:

Attività didattiche e laboratorio “sensorialità e vino” su prenotazione.
Info line: 347/6086340
Prenotazione attività didattiche: 075/5736501

Gli incontri si svolgeranno nell’area espositiva Renato Birolli, via Macello, 17 (Verona).

Cliccate sull’immagine per ingrandire e leggere il programma completo.

Un aroma divino – prima parte

Ovvero su come gli aztechi si bevevano il cioccolato, tra un sacrificio umano e l’altro

Un filo aromatico lega le mie recenti esplorazioni. Le tre tappe principali delle mie papille vagabonde sono state il Mesoamerica, Colonia – al Museo del cioccolato – e Modica. Questi luoghi mi hanno fatto conoscere il cioccolato da tre prospettive diverse e hanno ispirato questo e il prossimo/i post, ché c’è n’è di cose da dire 😀 Per cui, anche se le feste sono passate, in barba alla diete detox propinate in tutte le salse, io vi parlo del cibo degli dei.

 

Theobroma cacao (dal greco theos = dio e broma = cibo), l’albero del cacao, infatti fu chiamato così da Linneo nel 1753 proprio per rievocare, pare, l’antico status del cacao presso le civiltà precolombiane. Anche se oggi il più grande produttore al mondo di cacao è la Costa D’Avorio (33% circa nel 2012), seguita da Ghana e Indonesia, la pianta è originaria delle regioni del Centroamerica, da Yucatan e Messico meridionale fino al bacino del Rio delle Amazzoni.

cacaoCredit: Perfectseseblog; Scattata al Museo del cioccolato di Colonia

Simboleggiando il sangue umano la cioccolata era bevuta dagli Aztechi a uso anche rituale. Si trattava in ogni caso di una bevanda destinata a nobili, sacerdoti e guerrieri valorosi (per donne e bambini era considerata tossica). Dalle analisi dei residui trovati nei reperti archeologici di un sito Olmeco a San Lorenzo, in Messico, gli studiosi hanno trovato tracce di teobromina, molecola alcaloide presente nel cacao, in numerosi vasi e ceramiche. Lo studio, pubblicato sulla rivista scientifica PNAS nel 2011, supporta con nuovi dati l’ipotesi che il cacao fosse usato come bevanda (anche se era molto diversa da quella beviamo noi oggi!) già intorno al 1500 a.c. presso appunto gli olmechi (1500-400 a.c.) nell’attuale Messico meridionale. Questa popolazione chiamava il cacao kakawa e secondo i linguisti e gli storici potrebbe essere stata lei a domesticare per prima la pianta. Ma la faccenda è un po’ più intricata. Chi ha iniziato a coltivarla per primo? Ma soprattutto da dove arriva, dal Messico, e poi si è spostata in giù, o dal bacino delle Amazzoni e poi è risalita? E chi ce l’ha portata?

Nel 2010 gli scienziati hanno sequenziato il genoma della pianta di cacao (la varietà Criollo del Belize) e i dati di questo studio, insieme ad altri precedenti, hanno permesso di capire meglio origine e diffusione della pianta. Ci sono due principali varietà di Theobroma cacao – usate ancora oggi per produrre cacao – più una terza, chiamata Trinitario, che deriva da un ibrido tra le prime due: la Criollo (più coltivata dalle civiltà precolombiane), che è quella di qualità migliore e più aromatica ma anche molto delicata e soggetta a malattie, è oggi coltivata principalmente in Venezuela, Ecuador e Papua Nuova Guinea; la Forastero, originaria invece del bacino del Rio delle Amazzoni, e di qualità un po’ inferiore ma decisamente più resistente della Criollo, è quella oggi più usata a scopo commerciale ed è oggi coltivata principalmente in Africa (e fino a quealche tempo fa Brasile).

Il cacao era merce pregiata come dicevamo già presso le popolazioni precolombiane e veniva, infatti, usato anche come moneta: con 100 fave di cacao si poteva comprare uno schiavo, mentre ne bastavano 10 per comprare un coniglio o pagare una prostituta. Nella cultura Maya il cacao era il dono divino e per ringraziare gli dei durante le festività di aprile venivano fatti sacrifici in loro onore (di solito cani). Simili rituali si svolgevano anche presso gli aztechi dove il cacao veniva cosparso di sangue sacrificale e dove alle vittime dei sacrifici veniva dato da bere come “conforto”.

 

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cacao3Credit: Perfectseseblog; Scattate al Museo del cioccolato di Colonia

Probabilmente noi in quella bevanda avremmo trovato ben poco conforto vista la consistenza e il sapore molto meno morbidi e voluttuosi dell’attuale cioccolata. Si trattava di una bevanda molto più grassa e amara ottenuta con questo procedimento: I semi di cacao venivano fatti fermentare e poi seccare. Talvolta venivano anche tostati, e dopo essere stati macinati erano mescolati ad acqua. Il sapore molto astringente non entusiasmò gli animi dei primi europei che la provarono, e anche una volta giunta in Europa ci volle un po’ per iniziare ad apprezzarla. Tanto che fino alla metà del Seicento era consentito berla anche di venerdì perché, a detta di Pio V (1569), era così cattiva da non interferire col digiuno.

Ci vollero dei chimici intraprendenti per trasformare quella poltiglia quasi imbevibile in una delicatezza che scioglie in bocca, ma di questo parliamo la prossima volta.