Scent of Mimosa

Su quando scopri un odore

 

Sabato scorso mi è successa una cosa strana. Al mercato, passando davanti a un banchetto di fiori, ho visto delle mimose. Ma non è questo. È vero, qui in Germania, almeno dove sto io, di mimose a marzo non se ne vedono molte. Anche perché è una pianta che non ama i climi troppo rigidi. A sorprendermi, dicevo, è stato ciò che mi è successo con ste mimose.

Che poi son fiori a cui, per la verità, non avevo mai prestato troppa attenzione né mi sono mai piaciuti particolarmente. Anzi, siccome da noi le si regala l’otto marzo e spesso negozi e ristoranti ne sono pieni, mi sono sempre sembrate parte del risvolto un po’ commerciale della festa della donna. E invece, qui, ora, cosa mi è capitato. Sabato ho comprato un mazzo di quelle mimose, perché sì, mi hanno in qualche modo ricordato la primavera, il sole, ed è un fiore, dicevo, qui non tanto comune. Poi a casa, liberate dalla carta in cui erano avvolte e lasciati i rametti liberi, hanno iniziato a diffondere per tutta casa un profumo che non sentivo da tanto tanto tempo. Ironia, il mio compagno lo percepisce a malapena, a me pare che la casa ne sia ormai intrisa. Comunque.

Il potere degli odori. Questo è bastato a riportarmi indietro in un periodo non ben definito, tra infanzia e adolescenza, quando a scuola o in giro finiva sempre che qualcuno te ne regalasse una, e poi rientravo al ristorante dei miei, e ce n’era un rametto su ogni tavolo. E se ne vedevano ovunque, e, semplicemente, il loro profumo era parte di quel contesto, di quei giorni, lo sentivo, ma forse no, mi era indifferente. E invece ora, quell’odore, riesco a distinguerlo, riconoscerlo, ed è stato un po’ come quando scopri di essere innamorato di una persona che conosci da tanto, la prima volta che la guardi negli occhi con questa consapevolezza. Io, che non sono particolarmente sdolcinata; questo mi ha fatto l’odore di mimosa.

E niente, uno passa un sacco di tempo a studiare i meccanismi della percezione, il perché e il per come di certi fenomeni, e poi finisce così, trovi un fiore, lo annusi, e rimani lì, come un allocco.

Molecola, recettore, naso, neurone, amigadala, ippocampo, cuore che batte, io che un po’ mi emoziono. Certo, siamo animali strani.

MIMOSA 2_4 MARZO 2017

 

What happens when I smell mimosa

It was last Saturday, at the market. I walked by a flower stand and I spot some mimosa, not so common where I leave here, in Germany. I was a bit surprised to find them, and, probably inspired by the sunny day, looking forward to spring time, I brought home a bunch of these not easy to find flowers. Then, something happened.

I was never a big fan of such flowers to be honest. In Italy they are quite popular; at the beginning of March you can find them everywhere, since we usually use them to celebrate the women-day. So to me, they have always been much related to that, and to the “commercial” aspect of such celebration.

Anyway, now it turns out these tiny little yellow flowers have the power to bring me back to my far past. The smell of these mimosas, spreading in my house gave me new, unexpected deep feelings, like meeting an old friend after long time.

Funny, you spend so much time as a scientist, studying and investigating the physiology of perception, how smell works, trying to make sense of how stuff do what they do; then suddenly you smell a little flower, and you are lost.

Molecule, receptor, neuron, amygdala, hippocampus, the heart beating, my  feelings trembling. Indeed, we are strange, animals.

Annunci

Il fiore (che sa di) cadavere

po’

Allora diciamolo subito, anche perché, secondo voi, se lo hanno soprannominato “fiore-cadavere” (corpse flower) quale tripudio di aromi potrà mai sprigionare?

E ora pensate a chi lo scoprì.

Siamo nel 1878 e il botanico italiano Odorado Beccari si trova nel mezzo della foresta pluviale di Sumatra. Immaginatevi l’atmosfera umida e satura di odori tropicali, di fiori carnosi e selvaggi dall’aroma intenso, ma tutto sommato tollerabile o piacevole. Poi a un certo punto Odoardo inizia a sentire qualcosa, un tanfo rancido, tanto che pensa di trovarsi nelle vicinanze di una carcassa, una scimmia morta, vai te a sapere. E cosa fai, senti un odore del genere e non vai a vedere di cosa si tratta?

Seguendo questa scia pestilenziale il nostro Odoardo però di bestie morte non ne trova. Si imbatte invece in una roba un po’ surreale: un fiore di proporzioni gigantesche. Una base rosso vinaccia dal cui centro si erge uno stelo massiccio. Si chiama Titan Arum, ma in latino, vezzosi, hanno pensato bene di chiamarlo Amorphophallus titanum.

Si tratta per la precisione di un’infiorescenza a spadice, cioè non è un fiore solitario, ma un insieme di fiori in questo caso senza ramificazioni. Ed è la più grande al mondo. Per convenienza in gergo comune lo chiamiamo “fiore”.

Beccari

Botanist Odoardo Beccari.

 

Diverse specie di Arum hanno come profilo odoroso acidi esteri, p-cresolo, indolo e 2-heptanone – quello che, per capirci, sa un po’ di banana, ma è anche tra i componenti del mix di odori del gorgonzola, e viene, infatti, usato anche come aroma alimentare; il 2-heptanone è inoltre un feromone prodotto dalle ghiandole salivari delle api, e pare abbia anche un effetto anestetico:le api lo usano per stordire i parassiti eventualmente presenti nell’alveare ed eliminarli.

Ma tornando al nostro fiore gigante, perché sta puzza? L’odore è uno degli stratagemmi evolutivi che i fiori hanno sviluppato per attrarre gli insetti impollinatori. Però mica tutti sono attratti da robe vive, anzi. Mettetevi nei panni di un insetto “spazzino”, o di uno di quelli che si ciba di carogne o che ha bisogno di un bel posticino accogliente per deporre le uova. Niente meglio di un bel anfratto di carne putrescente con quel magico microclima generato dalla decomposizione e dall’attività di una moltitudine di batteri e parassiti che, digerendola, la trasformano, liberano anidride carbonica (CO2), altri gas e sostanze di cui le larve potranno nutrirsi. Di conseguenza a molti fiori conviene emettere aromi il più possibile simili a cose marcescenti.

E ora mettetevi nei panni di una pianta che deve sopravvivere e riprodursi in un ambiente estremamente competitivo come la foresta pluviale, dove mediamente gli insetti impollinatori sono piuttosto distratti da numerosi altri odori e per giunta l’aria circola poco per via dell’umidità e degli alberi alti che creano come un “tetto” di vegetazione rendendo l’aria ancora più “ferma”. In un ambiente del genere hai voglia tu a profumare, gli odori circolano a fatica e di insetti si rischia di non beccarne molti. Come l’ha risolta il nostro Titan arum? Con un mix letale.

Intanto il gigantismo, non è l’unico per la verità, ma è un elemento importante. Lo spadice centrale può tranquillamente raggiungere i tre metri di altezza. Gli scienziati hanno poi scoperto che è termogenico, cioè produce calore. Ma non un teporino così, la punta dello spadice raggiunge temperature di circa 36 gradi centigradi, comparabili alla temperatura interna di una persona, che è di 37 gradi. Come funziona? a cicli regolari lo spadice si riscalda e questo calore agisce in due modi: primo, aiuta a sprigionare gli odori che se già di loro sono pestilenziali immaginate col caldo; secondo, l’aria intorno e sopra lo spadice in questo modo si riscalda e, riscaldandosi, va verso l’alto facendosi largo tra gli strati di aria più fredda. Si generano in questo modo dei moti convettivi che portano aria calda e puzzolente verso l’alto. E così gli odori riescono a diffondersi più lontano.

La base del fiore inoltre, con il suo colore rosa scuro richiama l’aspetto della carne e quindi invita gli insetti ad avvicinarsi. Il tutto per cercare di attirarne il più possibile e ottimizzare i tempi e le risorse. Questo lavoro è energeticamente molto dispendioso e il fiore, infatti, dura al massimo 48 ore. Una volta andato, per il prossimo ci possono volere degli anni.

flower

Infiorescenza di Titan arum di 3.06 m, Giardino botanico di Bonn, 2003. Questa stessa pianta eccezionalmente nel 2006 produsse tre infiorescenze e gli scienziati potere farene accurate osservazioni sul fenomeno della termogenesi. (Bartlott et al., 2008, Plant Biology).

 

 

 

Tra le principali classi di odori identificati in diverse specie troviamo composti caratteristici di gas nauseabondi tipo petrolati; rancidi tipo formaggio; carne putrefatta, odori fecali; odori di pesce avariato e urina; odori speziati o che ricordano il cioccolato; odori di frutta.

 

 

 

 

In diversi giardini botanici è possibile trovarne degli esemplari anche se sono molto difficili da far crescere e ogni volta che una di queste delizie sboccia, c’è una movimentazione generale di botanici e scienziati che devono cogliere l’attimo per poterne studiare la biologia, e del pubblico che accorre curioso per snasare. Tra le recenti c’è stata Alice (perché a una pianta del genere non vuoi dare un nome?) sbocciata nel  Chicago Botanic garden a settembre 2015.

E niente, l’ho già aggiunta alla lista delle cose da fare almeno una volta nella vita: snasare sto fiore assurdo. Voi no?

The corpse flower

 

Let’s make it clear from the beginning, if they call it ‘corpse flower’ there is a reason.

And now, imagine being the first person who found it.

We are in the 1878 and Italian botanist Odoardo Beccari is exploring the raining forest in Sumatra: a walk through all kind of green, a rich atmosphere, lush and highly humid, full of odors coming from the vegetation. At a certain point a strange scent has been catching Odoardo, an unusual smell like something rotten. He thinks there must be a monkey-carcass somewhere nearby or something similar…

In such situation you don’t go straight ahead to see what is going on, do you?

Odoardo starts to follow the putrid scent, but It turns out what he finds is not the remaining of a dead animal, but something way more interesting, and astonishing: a three-meters tall flower standing in front of him.

It is called Titan Arum, Amorphophallus titanum in Latin, which comes from ancient Greek and means άμορφος – amorphos, “without form, misshapen” and φαλλός – phallos, “phallus”, and “titan”, “giant”. The plant, from the Araceae family, consists of a smelly spadix of flowers wrapped by a spathe (a leaf-like bract), and it is the largest unbranched inflorescence in the world, though commonly named giant “flower”. And it stinks. Heavily and deadly.

 

I was lucky last summer, August 2016, to get the blooming of a corpse flower in Frankfurt at the Palmengarden. Credit: perfecsenseblog.

 

Some species of Amorphophallus have an odor profile rich of chemical compound like cresol and indole (like human feces), and 2-heptanone, which smells like banana. Interestingly, 2-heptanone is also a bee-pheromone and it has anesthetic-effect: it is produced in the salivary-glands of the bees and used to knock-down intruders and send them out from the beehive.

Other characteristic odors of the plant include trimethylamine, which smells like rotting fish, isovaleric acid, a cheese-smell also similar to used sweaty socks, benzyl alcohol, like floral scent, and several others ketones, esters and dimethyl oligosulphides.

Why the plant needs such odors?

Plants often use scent to attract pollinators, but what if the pollinators love rotting stuff? There is a bunch of parasites and insects that use rotten flesh to depose their eggs and grow well in the special “microclimate” generated by decomposing bacteria and small animals. Therefore for a certain plants it is useful to be stinking. Actually they evolved a stinking strategy, along with a reddish aspect of the spathe in order to pretend to be a decaying animal or a piece of rotten flesh. In this way they can mislead pollinators like carrion beetles and blowflies that get attracted by the putrid smell.

But there is more, the plant is thermogenic, meaning it heats up. Imagine being a plant in the middle of the jungle. You have many competitors for pollinators. To overcome this problem, the plant heats up to 36 degrees – close to the internal temperature of human body! – allowing the air in the surrounding to move up creating convection currents. In other words, the air close to the spadix – the smelly part of the plant – catches the odors and warms up because of the plant-temperature; therefore she travels to the upper levels sending the putrid call far away for the pollinators to come. Clever.

On the other hand this work is demanding for the plant, which needs lot of energy. Therefore the flower usually last around 48 hours. Two days of crazy putrid exhalation, short, but intense.

The plant is relatively difficult to grow and botanical gardens all around the word are in a sort of competition for the Titan Arum to bloom. And from times to times pops up an alert from one of them: the stink-bomb is about to bloom.

Bonus



Su Pinterest trovate una galleria di foto bellissime.

References

W. Barthlott, J. Szarzynski, P. Vlek, W. Lobin & N. Korotkova, (2008). A torch in the rain forest: thermogenesis of the Titan arum (Amorphophallus titanum). Plant Biology ISSN 1435-8603.

G.C. Kite, W,L.A. Hetterscheid, M.J. Lewis, P.C. Boyce, J.Olleton, E. Cocklin, A. Diaz, and M.S.J. Simmonds (1998). Inflorescence odours and pollinators od Arum and Amorphophallus (Araceae). In S.J. Owens and P.J. Rudall (Editors). Reproductive biology, pp295-315. Royal Botanic gardens, Kew.

Bella di notte*

Sul perché la Petunia profuma quando gli altri dormono

 

Questo è un periodo bellissimo: rientro a casa a tarda sera mentre l’aria trasuda odori. Non sono più quelli freschi e frizzantini della primavera, questi sono odori di donna piena, odori caldi e un po’ sgualciti, inebriano e ti mettono a tuo agio. Cammino sotto il cielo lucido ancora azzurrino, ché qui il sole tramonta tardi, non vuole allontanarsi, come se sapesse cosa lascia: il profumo dei fiori notturni.

Alcuni fiori sbocciano in piena notte, nottambuli di professione adescano gli impollinatori che si muovono col favore delle ombre. Emettono il loro profumo secondo fasi precise, regolate dal ritmo circadiano e sincronizzate con le ore di veglia degli animali impollinatori. Senza di essi infatti queste piante non potrebbero riprodursi. Come siano regolati geneticamente questi meccanismi non è però ancora del tutto chiaro.

Un gruppo di ricercatori dell’Università di Washington (Seattle, USA) ha appena pubblicato sulla rivista scientifica Proceedings of the National Academy of Sciences (PNAS) uno studio che mostra come un gene responsabile del ritmo circadiano della petunia regola anche la produzione e il rilascio del suo profumo. I ricercatori del gruppo di Takato Imaizumi, hanno infatti scoperto che in Petunia hybrida il gene phLHY (Late Elongated Hypocotyl), coinvolto nella regolazione dei ritmi circadiani della pianta, influenza l’espressione dei geni responsabili della produzione delle molecole odorose.

Il profumo di Petunia hybrida è dovuto principalmente a un gruppo di composti organici volatili, benzenoidi e fenilpropanoidi, derivati dalla fenilalanina. Questo processo di produzione e assemblaggio è regolato dal gene ODO1. I ricercatori hanno ora scoperto che il gene del ritmo circadiano phLHY è attivo soprattutto al mattino e inibisce l’attivazione di ODO1, e quindi la produzione di profumo. Quando di notte l’attività di phLHY diminuisce, ODO1 viene disinibito e il fiore rilascia il suo odore. Siccome questi due geni sono presenti in quasi tutte le piante con fiori, gli scienziati pensano di estendere la loro ricerca per capire se questo meccanismo valga in generale anche per le altre piante.

 

Avevo preso una pianta di petunie nere, black velvet, proprio qualche tempo fa e l’avevo messa senza pensarci troppo sul comò in camera da letto. D’altra parte sono anch’io un po’ un animale notturno.

 

 

Photo credit / source: online.wsj.com

Photo credit / source: online.wsj.com

 

 

* Nota: Il titolo è liberamente ispirato, Bella di notte è comunque un fiore notturno, ma non è una petunia.

 

Bonus