Il fiore (che sa di) cadavere

po’

Allora diciamolo subito, anche perché, secondo voi, se lo hanno soprannominato “fiore-cadavere” (corpse flower) quale tripudio di aromi potrà mai sprigionare?

E ora pensate a chi lo scoprì.

Siamo nel 1878 e il botanico italiano Odorado Beccari si trova nel mezzo della foresta pluviale di Sumatra. Immaginatevi l’atmosfera umida e satura di odori tropicali, di fiori carnosi e selvaggi dall’aroma intenso, ma tutto sommato tollerabile o piacevole. Poi a un certo punto Odoardo inizia a sentire qualcosa, un tanfo rancido, tanto che pensa di trovarsi nelle vicinanze di una carcassa, una scimmia morta, vai te a sapere. E cosa fai, senti un odore del genere e non vai a vedere di cosa si tratta?

Seguendo questa scia pestilenziale il nostro Odoardo però di bestie morte non ne trova. Si imbatte invece in una roba un po’ surreale: un fiore di proporzioni gigantesche. Una base rosso vinaccia dal cui centro si erge uno stelo massiccio. Si chiama Titan Arum, ma in latino, vezzosi, hanno pensato bene di chiamarlo Amorphophallus titanum.

Si tratta per la precisione di un’infiorescenza a spadice, cioè non è un fiore solitario, ma un insieme di fiori in questo caso senza ramificazioni. Ed è la più grande al mondo. Per convenienza in gergo comune lo chiamiamo “fiore”.

Beccari

Botanist Odoardo Beccari.

 

Diverse specie di Arum hanno come profilo odoroso acidi esteri, p-cresolo, indolo e 2-heptanone – quello che, per capirci, sa un po’ di banana, ma è anche tra i componenti del mix di odori del gorgonzola, e viene, infatti, usato anche come aroma alimentare; il 2-heptanone è inoltre un feromone prodotto dalle ghiandole salivari delle api, e pare abbia anche un effetto anestetico:le api lo usano per stordire i parassiti eventualmente presenti nell’alveare ed eliminarli.

Ma tornando al nostro fiore gigante, perché sta puzza? L’odore è uno degli stratagemmi evolutivi che i fiori hanno sviluppato per attrarre gli insetti impollinatori. Però mica tutti sono attratti da robe vive, anzi. Mettetevi nei panni di un insetto “spazzino”, o di uno di quelli che si ciba di carogne o che ha bisogno di un bel posticino accogliente per deporre le uova. Niente meglio di un bel anfratto di carne putrescente con quel magico microclima generato dalla decomposizione e dall’attività di una moltitudine di batteri e parassiti che, digerendola, la trasformano, liberano anidride carbonica (CO2), altri gas e sostanze di cui le larve potranno nutrirsi. Di conseguenza a molti fiori conviene emettere aromi il più possibile simili a cose marcescenti.

E ora mettetevi nei panni di una pianta che deve sopravvivere e riprodursi in un ambiente estremamente competitivo come la foresta pluviale, dove mediamente gli insetti impollinatori sono piuttosto distratti da numerosi altri odori e per giunta l’aria circola poco per via dell’umidità e degli alberi alti che creano come un “tetto” di vegetazione rendendo l’aria ancora più “ferma”. In un ambiente del genere hai voglia tu a profumare, gli odori circolano a fatica e di insetti si rischia di non beccarne molti. Come l’ha risolta il nostro Titan arum? Con un mix letale.

Intanto il gigantismo, non è l’unico per la verità, ma è un elemento importante. Lo spadice centrale può tranquillamente raggiungere i tre metri di altezza. Gli scienziati hanno poi scoperto che è termogenico, cioè produce calore. Ma non un teporino così, la punta dello spadice raggiunge temperature di circa 36 gradi centigradi, comparabili alla temperatura interna di una persona, che è di 37 gradi. Come funziona? a cicli regolari lo spadice si riscalda e questo calore agisce in due modi: primo, aiuta a sprigionare gli odori che se già di loro sono pestilenziali immaginate col caldo; secondo, l’aria intorno e sopra lo spadice in questo modo si riscalda e, riscaldandosi, va verso l’alto facendosi largo tra gli strati di aria più fredda. Si generano in questo modo dei moti convettivi che portano aria calda e puzzolente verso l’alto. E così gli odori riescono a diffondersi più lontano.

La base del fiore inoltre, con il suo colore rosa scuro richiama l’aspetto della carne e quindi invita gli insetti ad avvicinarsi. Il tutto per cercare di attirarne il più possibile e ottimizzare i tempi e le risorse. Questo lavoro è energeticamente molto dispendioso e il fiore, infatti, dura al massimo 48 ore. Una volta andato, per il prossimo ci possono volere degli anni.

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Infiorescenza di Titan arum di 3.06 m, Giardino botanico di Bonn, 2003. Questa stessa pianta eccezionalmente nel 2006 produsse tre infiorescenze e gli scienziati potere farene accurate osservazioni sul fenomeno della termogenesi. (Bartlott et al., 2008, Plant Biology).

 

 

 

Tra le principali classi di odori identificati in diverse specie troviamo composti caratteristici di gas nauseabondi tipo petrolati; rancidi tipo formaggio; carne putrefatta, odori fecali; odori di pesce avariato e urina; odori speziati o che ricordano il cioccolato; odori di frutta.

 

 

 

 

In diversi giardini botanici è possibile trovarne degli esemplari anche se sono molto difficili da far crescere e ogni volta che una di queste delizie sboccia, c’è una movimentazione generale di botanici e scienziati che devono cogliere l’attimo per poterne studiare la biologia, e del pubblico che accorre curioso per snasare. Tra le recenti c’è stata Alice (perché a una pianta del genere non vuoi dare un nome?) sbocciata nel  Chicago Botanic garden a settembre 2015.

E niente, l’ho già aggiunta alla lista delle cose da fare almeno una volta nella vita: snasare sto fiore assurdo. Voi no?

The corpse flower

 

Let’s make it clear from the beginning, if they call it ‘corpse flower’ there is a reason.

And now, imagine being the first person who found it.

We are in the 1878 and Italian botanist Odoardo Beccari is exploring the raining forest in Sumatra: a walk through all kind of green, a rich atmosphere, lush and highly humid, full of odors coming from the vegetation. At a certain point a strange scent has been catching Odoardo, an unusual smell like something rotten. He thinks there must be a monkey-carcass somewhere nearby or something similar…

In such situation you don’t go straight ahead to see what is going on, do you?

Odoardo starts to follow the putrid scent, but It turns out what he finds is not the remaining of a dead animal, but something way more interesting, and astonishing: a three-meters tall flower standing in front of him.

It is called Titan Arum, Amorphophallus titanum in Latin, which comes from ancient Greek and means άμορφος – amorphos, “without form, misshapen” and φαλλός – phallos, “phallus”, and “titan”, “giant”. The plant, from the Araceae family, consists of a smelly spadix of flowers wrapped by a spathe (a leaf-like bract), and it is the largest unbranched inflorescence in the world, though commonly named giant “flower”. And it stinks. Heavily and deadly.

 

I was lucky last summer, August 2016, to get the blooming of a corpse flower in Frankfurt at the Palmengarden. Credit: perfecsenseblog.

 

Some species of Amorphophallus have an odor profile rich of chemical compound like cresol and indole (like human feces), and 2-heptanone, which smells like banana. Interestingly, 2-heptanone is also a bee-pheromone and it has anesthetic-effect: it is produced in the salivary-glands of the bees and used to knock-down intruders and send them out from the beehive.

Other characteristic odors of the plant include trimethylamine, which smells like rotting fish, isovaleric acid, a cheese-smell also similar to used sweaty socks, benzyl alcohol, like floral scent, and several others ketones, esters and dimethyl oligosulphides.

Why the plant needs such odors?

Plants often use scent to attract pollinators, but what if the pollinators love rotting stuff? There is a bunch of parasites and insects that use rotten flesh to depose their eggs and grow well in the special “microclimate” generated by decomposing bacteria and small animals. Therefore for a certain plants it is useful to be stinking. Actually they evolved a stinking strategy, along with a reddish aspect of the spathe in order to pretend to be a decaying animal or a piece of rotten flesh. In this way they can mislead pollinators like carrion beetles and blowflies that get attracted by the putrid smell.

But there is more, the plant is thermogenic, meaning it heats up. Imagine being a plant in the middle of the jungle. You have many competitors for pollinators. To overcome this problem, the plant heats up to 36 degrees – close to the internal temperature of human body! – allowing the air in the surrounding to move up creating convection currents. In other words, the air close to the spadix – the smelly part of the plant – catches the odors and warms up because of the plant-temperature; therefore she travels to the upper levels sending the putrid call far away for the pollinators to come. Clever.

On the other hand this work is demanding for the plant, which needs lot of energy. Therefore the flower usually last around 48 hours. Two days of crazy putrid exhalation, short, but intense.

The plant is relatively difficult to grow and botanical gardens all around the word are in a sort of competition for the Titan Arum to bloom. And from times to times pops up an alert from one of them: the stink-bomb is about to bloom.

Bonus



Su Pinterest trovate una galleria di foto bellissime.

References

W. Barthlott, J. Szarzynski, P. Vlek, W. Lobin & N. Korotkova, (2008). A torch in the rain forest: thermogenesis of the Titan arum (Amorphophallus titanum). Plant Biology ISSN 1435-8603.

G.C. Kite, W,L.A. Hetterscheid, M.J. Lewis, P.C. Boyce, J.Olleton, E. Cocklin, A. Diaz, and M.S.J. Simmonds (1998). Inflorescence odours and pollinators od Arum and Amorphophallus (Araceae). In S.J. Owens and P.J. Rudall (Editors). Reproductive biology, pp295-315. Royal Botanic gardens, Kew.

Un aroma divino – Seconda parte

O su come nacque il cioccolato fondente

 

La prima cioccolateria europea apre in quel di Londra nel 1657. Alla bevanda, già piuttosto in voga, Nicholas Sanders ha nel 1727 l’idea di aggiungere il latte. L’unico inconveniente di questa cioccolata è di essere un tantino grassa: il cacao è fatto per circa la metà di grassi, il burro di cacao. Riscaldando il cacao nell’acqua il grasso si scioglie in malo modo e siccome con questo processo le particelle di cacao invece non riescono a dissolversi adeguatamente il risultato è un beverone scuro con grumi di cacao in sospensione e un bell’alone di grasso che galleggia in superficie.

 

Dal suo primo arrivo in Spagna, documentato nel 1544, il cacao diventa subito merce pregiata, tanto da essere chiamato pepe de oro o oro negro; tuttavia agli europei ci vuole un po’ per capire che farci esattamente e come usarlo al meglio. La bevanda “all’azteca”, di cui secondo alcune leggende l’imperatore azteco Montezuma ne beveva circa 50 tazze al giorno, molto simile a quella appena descritta (in mesoamerica però era spesso bevuta fredda), è inizialmente usata dagli europei più a scopo terapeutico, in accordo con i dettami galenici ancora in uso nella scienza medica, e visto il sapore amaro molti pensano si possa usare addirittura come veleno. Dalla seconda metà del Seicento diventa un prodotto sempre più ricercato e destinato quasi esclusivamente ai palati di nobili e gente benestante. Di fatto però, fino all’Ottocento, nonostante le aggiunte di zucchero e talvolta vaniglia per renderla meno amara e astringente, la cioccolata rimane un po’ un beverone.

 

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Cioccolatiera in porcellana Ansabch, 1765. Credit:perfectsenseblog.

 

Uno dei problemi tecnici principali è l’impossibilità di usare il cacao in altro modo, vista l’alta percentuale di grassi contenuti. Poi, nel 1828, il chimico olondese Conrad von Houten fa una scoperta importante: pressando il cacao è possibile separare parte della componente grassa ottenendo una polvere di cacao molto più facile da usare. Sempre con l’idea di aumentarne la solubilità mette anche a punto un metodo, chiamato “processo olandese” e usato ancora oggi per la produzione di cioccolato: con l’aggiunta di alcune basi come carbonato di sodio o di potassio il cacao diventa più solubile e assume il caratteristico color “cioccolato”.

Pressando il cacao, dicevamo, si ottengono cacao in polvere e, come scarto, il burro di cacao. Ma questo vorrete mica buttarlo via 😀

Joseph Fry stabilisce a Bristol, in Gran Bretagna, la prima industria di cioccolato – la Fry&Sons – mettendo a punto un processo per unire la polvere di cacao con il burro di cacao: siamo nel 1847, nasce la prima barretta di cioccolato.

A questo punto ci si inizia a sbizzarrire per rendere le tavolette di cioccolato sempre più appetibili e gustose – nel 1865 in Italia nascono i gianduiotti e nel 1868 Richard Cadbury, concorrente di Fry, lancia la prima scatola di cioccolatini seguita dalla prima scatola di caramelle pensata per San Valentino (in Italia i Baci Perugina saranno inventati nel 1922). Con l’aumento della richiesta di cioccolato i produttori iniziano a sbizzarsi anche in un’altra pratica: l’adulterazione. Le testimonianze di prodotti contraffatti e di tecniche per riconoscere il cioccolato non contraffatto sono diverse: spesso al cioccolato in polvere venivano aggiunte farina di riso o di lenticchie oppure, per sostituire il costoso burro di cacao venivano usati olio di oliva, olio di mandorle o il tuorlo delle uova. In questi casi il prodotto durava poco e diventava spesso rancido, per cui altri preferivano usare fecola di patate o farina. La prassi terminò grazie ad alcuni interventi legislativi come il British Food and Drug Act del 1860 e il Food Act del 1872 in Gran Bretagna.

Per quanto riguarda il cioccolato autentico, a quel tempo ci sono ancora alcuni dettagli da affinare e la consistenza e sapore del cioccolato sono ancora piuttosto grossolani. Si cerca un sistema per aggiungere il latte, che nella sua forma liquida non funziona e non riesce a disperdere bene il cacao. Proprio in quel periodo Henry Nestlé brevetta il latte in polvere, da lì all’idea di usare il latte condensato per fare il cioccolato è un attimo. Perché il cioccolato diventi davvero delicato e voluttuoso, e assuma quella consistenza particolare che lo fa sciogliere in bocca ci vuole però ancora un processo: il concaggio. Con questa procedura il cioccolato viene schiacciato per diversi giorni fino a ridurlo in particelle sottilissime, circa 20 micron di diametro (1 micron= 0.001 millimetro) e permettendo così l’eliminazione di diverse sostanze di scarto che danno al preparato un gusto amaro e acido. A inventarlo è Rudolph Lindt nel 1879. Nasce il cioccolato fondente.

Credit:perfectsenseblog. Museo del cioccolato di Colonia.

 

Ma gli aromi del cioccolato come si formano esattamente? Una delle cose più affascinanti del cioccolato è proprio il fatto che a prenderli così, il frutto di partenza – il sapore dei semi non trattati – e il cioccolato finale, si stenta quasi a credere uno derivi dall’altro. E in effetti se non fosse per tutti i processi di preparazione a cui viene sottoposto, il cacao non potrebbe sprigionare un bouquet così ricco e complesso. Meraviglie della chimica. (Continua).

 

Bonus

Il cioccolato mi piace in tutte le forme e varianti, ma devo ammettere quello di Modica non mi ha mai convinta troppo. Per cui quando un paio di settimane fa son passata da quelle parti non ho potuto non accettare la sfida e provarlo a ripetizione per vedere di nascosto l’effetto che fa 😀

Cosa ha di particolare questo cioccolato? Di solito viene venduto come un prodotto “più naturale” rispetto al cioccolato “normale” e ne sottolineano la tecnica di produzione fatta ancora “come facevano gli aztechi”. Inutile sottolineare la trovata puramente commerciale della cosa a partire dal fatto che, come vi ho già raccontato, gli aztechi e le altre popolazioni precolombiane il cioccolato lo bevevano. Semmai possiamo pensare che il cioccolato di Modica sia in qualche modo simile a quello prodotto nell’Ottocento, prima che si diffondesse il metodo del concaggio.

La caratteristica del cioccolato di Modica è infatti di avere una consistenza più ruvida e, in apparenza, meno lavorata proprio perché la fase del concaggio viene saltata e l’ultima fase di lavorazione avviene a temperature più basse rispetto alla procedura abituale. Per il fare il cioccolato modicano alla pasta di cacao non viene aggiunto ulteriore burro di cacao e lo zucchero viene messo senza aumentare troppo la temperatura durante la lavorazione. In questo modo lo zucchero non si scioglie completamente e crea i tipici cristalli di zucchero che si trovano nel prodotto finito. Inoltre saltando la fase di concaggio anche le particelle di cacao rimangono più grosse, mentre il sapore mantiene alcuni aromi più amarognoli che non sono stati dispersi durante appunto la fase di concaggio e “aerazione” che, d’altra parte, permettono di sprigionarne altri di aromi (ne aprliamo meglio la prossima volta). Insomma il fatto di preferire un tipo di cioccolato o un altro è, per questo aspetto, più una questione di gusti personali.

Problemi di gas

Ovvero di mutande antiodore e battaglie giapponesi

 

Divieto_di_scoreggiare

Sono inglesi. E eleganti come un peto inodore, che è poi il motivo per cui le hanno inventate. Rimanete seri, respirate e capiamo di cosa si tratta.

Le Fartfiltering (letteralmente traducibile come “filtrascoregge”) sono mutande fatte con materiali assorbi-odori pensate, come è facile intuire, per evitare la puzza in caso di aerofagia. Ce ne sono di diversi tipi e il modello base ha un tassello centrale, ad altezza sedere, con carboni attivi. La ricerca per creare indumenti antiodore è piuttosto avanzata e in commercio si trovano ormai un sacco di prodotti dai calzini alle mutande appunto.

Il loro funzionamento si basa spesso sul carbone attivo che, semplificando un po’, agisce catturando le molecole di odore sulla propria superficie con legami deboli, chiamati forze di Wan der waals. Ecco perché l’estensione della sua superficie, porosa, è importante per renderlo efficace: cioè più superficie è a contatto con l’aria o l’acqua, più odori assorbe. E viene usato infatti anche nei sistemi per purificare l’aria e l’acqua.

E la flatulenza invece da cosa è prodotta? Durante la digestione i cibi vengono sminuzzati meccanimente e digeriti da enzimi specializzati, per permettere ai singoli costituenti di essere assorbiti dall’organismo. Quindi proteine, grassi e carboidrati vengono ridotti nei loro componenti più semplici. Non tutte le parti dei cibi che mangiamo sono però digeribili, alcune di queste, come nel caso dei legumi o delle crucifere (cavoli e broccoli per esempio) o del lattosio per chi non ha l’enzima lattasi, vengono digeriti solo in parte, il resto prosegue il transito intenstinale e viene attaccato da batteri la cui attività metabolica produce gas.

I gas intestinali sono principalmente metano, idrogeno, e composti solforati come il solfuro di idrogeno e il metanetiolo, parenti insomma di quelli responsabili anche di altre puzze. Questi composti furono isolati in uno studio del 1998 (ma ce ne sono anche altri) pubblicato sulla rivista scientifica di gastroenterologia Gut, in cui i ricercatori analizzarono direttamente le flatulenze di un gruppo di volontari. Vi racconto in breve come hanno fatto, tanto so che ve lo state chiedendo (o forse no 😀 ).

L’esperimento fu condotto su un gruppo di 16 vlontari, dieci uomini e sei donne, di età compresa tra i 18 e i 47 anni, senza precedenti problemi gastrointestinali. Tredici di loro la sera prima del test mangiarono 200 grammi di fagioli, mentre gli altri, che facevano da controllo di riferimento, mangiarono normalmente. I campioni di gas furono presi tramite un tubo rettale fatto a posta (brevettato) e collegato a una sacca raccogli gas impermeabile. Poi l’analisi con gas-cromatografo e spettometria di massa diede come risultato: solfuro di idrogeno, solfuro di dimetile e metanetiol, tra le molecole principali. Due esperti fecero poi l’analisi sensoriale e delle proprietà organolettiche dei campioni – si’, annusarono i campioni confrontandoli con quelli di controllo se ve lo state chiedendo. I ricercatori osservarono anche una differenza tra le puzzette di maschi e femmine: i maschi producevano più gas, ma quello delle donne aveva concentrazioni di solfuro di idrogeno più alte, erano più potenti insomma, anche se bisogna notare che visto il numero limitato di soggetti queste stime sono indicative.

 

Bonus

Parliamo di arte giapponese. C’è un’antica pergamena, di artista anonimo, chiamata He-Gassen 屁合戦, ossia “battaglia di peti”, e riproduce per l’appunto diversi personaggi impegnati in questa fine lotta. Risalente al periodo Edo (1603-1868 d.c.), probabilmente secondo alcune interpretazioni voleva essere un messaggio di denuncia sociale contro certi malcostumi e perdita di antichi valori. A me fa pensare il fatto che risalga al periodo in cui ebbe massimo sviluppo una delle arti tradizionali giapponesi legata agli odori: il Kodo, cioè larte di ascoltare gli incensi. La sensibilità olfattiva della cultura giapponese è infatti molto spiccata e nel corso dei secoli ha dato luogo a un’arte raffinata e unica nel suo genere, il Kodo appunto, molto diversa dal modo occidentale di apprezzare e usare i profumi. Ma questa è un’altra storia…

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L’odore della pioggia

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Petricore. Si chiama così l’odore della pioggia, della pioggia primaverile che arriva dopo un periodo di secca e che è subito seguita dal sole, e da un odore tutto suo. E anche i temporali estivi hanno un po’ quell’aroma, di terra bagnata che si risveglia e esce dal letargo.

La quiete prima della tempesta

L’atmosfera che prepara i temporali, quelli della bella stagione, improvvisi e lucenti, ha un odore particolare: è frizzantino e un po’ pungente, alcuni lo definiscono agliaceo, e molti lo sentono appunto quando sta per venire a piovere. È l’ozono (O3) – non a caso dal greco ozein, odorare.

L’ozono (da non confondere con quello “buono” che ci protegge dai raggi UV del sole e che si trova nella stratosfera – cioè la molecola è la stessa ma ci è di aiuto se sta lassù, se invece si forma nell’atmosfera che respiriamo è tossica) può essere liberato dalle attività umane, che producono inquinanti atmosferici, o da fonti naturali. Soprattutto quando si prepara una tempesta, le cariche elettrostatiche prodotte dai lampi fanno reagire tra loro le molecole che compongono l’aria: l’azoto (N) tende a reagire con l’ossigeno formando monossido di azoto (NO), e questo reagisce a sua volta con altre molecole di ossigeno (O2). Occasionalmente durante queste reazioni succede che si formi qualche molecola di O3, l’ozono, che con il vento finisce subito sotto le nostre narici.

La pioggia

Spesso dopo una serie di giornate polverose (e magari inquinate) si aspetta che la pioggia arrivi “a ripulire l’aria”. In effetti la pioggia “smuove” e raccoglie gli odori di tutto ciò che bagna: alberi, erba, cemento, asfalto, ma soprattutto aiuta la terra a rilasciare gli odori che intanto ha accumulato. Le polveri disperse nell’aria – molecole derivate dall’attività umana, ma anche da piante e alberi – quando si depositano su superfici argillose o minerali subiscono delle reazioni chimiche che danno luogo a nuove molecole. Queste, per lo più idrocarburi, alcoli e varie combinazioni di acidi grassi, vengono rilascie, quando piove, per esempio da superfici in pietra o cemento. Così si forma il petricore, l’odore della pioggia, dal greco pétrā (πέτρᾱ), pietra o roccia, e ichṓr (ἰχώρ), linfa, riferito nell’antichità al sangue degli dei. Il termine fu conianto nel 1964 da due ricercatori australiani, R.G. Thomas e I.J. Bear, che sulla rivista scientifica Nature lo spiegano così:

 The diverse nature of the host materials has lead us to propose the name “petrichor” for this apparently unique odour which can be regarded as an “ichor” or ‘tenuous essence” derived from rock or stone. This name, unlike the general term “argillaceous odour”, avoids the unwarranted implication that the phenomenon is restricted to clays or argillaceous materials; it does not imply that petrichor is necessarily a fixed chemical entity but rather it denotes an integral odour, variable within a certain easily recognizable osmic latitude.

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La terra

Passato l’acquazzone cosa rimane? Una sensazione morbida, umida, pacata. La terra inzuppata rilascia ora un altro odore caratteristico: la geosmina. Anche la terra appena dissodata sa un po’ di questo mix terpenico. I ricercatori ci hanno messo un po’ a capire esattamente come fosse prodotto. Già a fine Ottocento avevano fatto diversi esperimenti e si era capito che questo odore era il risultato dell’attività metabolica di diversi microorganismi (Cladothrix odorifera per esempio), che vivono nel suolo in simbiosi con le piante. Poi nel 1965 finalmente la sostanza viene caratterizzata: geosmina, di nuovo dal greco gèo (γεω), che significa terra, e osmé (ὀσμηρός, in latino osmerus) ossia “che ha odore”. Un paio di anni prima Gaines e Collins avevano studiato il metabolismo di Streptomyces odorifer giungendo alla conclusione che l’odore della terra deriva principalmente da un misto di composti prodotti da questo microrganismo; per i curiosi più feticisti: acido acetico, acetaldeide, alcol etilico, alcol isobutilico, ammoniaca e acetato di isobutile. Furono poi Gerber e Lechevalier a identificare in particolare una sostanza, la geosmina, presente nei metaboliti di diversi attinomiceti.

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Come viene prodotta esattamente? (dettagli chimici scabrosi, per i più temerari)

Nel 2003 un gruppo di scienziati è riuscito a identificare un enzima magnesio-dipendente responsabile della conversione del farnesyl difosfato, una molecola prodotta da questi microrganismi (in particolare il gene per questo enzima fu isolato da Streptomyces coelicolor) in germagradienolo, il precursore della geosmina. Restava ora da trovare gli altri enzimi della catena. Gli scienziati si aspettavano infatti che per passare dal germagradienolo alla geosmina ci volessero diversi passaggi intermedi, necessari a convertire la molecola, e quindi che servissero diversi enzimi. E invece no. Nel 2006 gli stessi ricercatori scoprono che si tratta di un solo enzima, bifunzionale. Il primo trovato per la sintesi di questo tipo di terpeni. L’enzima è formato da due parti, con due distinte funzioni catalitiche: la metà contenente la parte N-terminale della proteina rompe il farnesyl difosfato formando il germacradienolo. La metà con la parte C-terminale della proteina finisce il lavoro convertendo il germacradienolo in geosmina, l’alcol biciclico finale.

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L’odore della pioggia è verde

Almeno per gli aborigeni che vivono nelle zone desertiche dell’Australia occidentale. Qui l’arrivo delle piogge è un momento importante, segna il ritorno della vita e il rigoglio della vegetazione. Ecco perché per loro, facendo una interessante “sinestesia culturale”, l’odore della pioggia è verde. Un legame con la natura molto stretto che si riflette anche negli odori che usano: amano creare creme profumate e unguenti ottenuti da piante e grasso animale, che poi spalmano sul corpo per rafforzare il legame tra corpo e terra. Credono che questi odori abbiano un potere protettivo e permettano di mantere il legame con i propri antenati.

Per approfondire

Bear, I. J. , and Thomas, R. G. , Nature201, 993 (1964)
Bear, I. J. , and Kranz, Z. , Austral. J. Chem.18, 915 (1965)
Gerber, N.N. and Lechevalier, H.A. “Geosmin, an Earthy-Smelling Substance Isolated from Actinomycetes” Applied Microbiology 13.6 (1965)