Da molecola a odore

Mentre riorganizzo gli appunti e i pensieri del dopo congresso vorrei condividere con voi alcune riflessioni nate da uno degli interventi a cui ho assistito.

Stuard Firestein, professore alla Columbia University, ripropone un problema non banale: cosa fa di una molecola un odore? perché non tutte le molecole hanno un odore? e perché a volte molecole molto diverse tra loro sanno della stessa cosa?

Si tratta, se vogliamo, anche di una questione metodologica, perché si ripercuote sui criteri che decidiamo di adottare per classificare gli odori. Quali caratteristiche prendere in considerazione? Ci possiamo focalizzare sull’identità chimica di una molecola, su come è fatta, ma rischiamo però perdere di vista il suo significato biologico, ovvero il cosa fa. O possiamo concentrarci su caratteristiche più edonistiche e legate alla percezione. Rimane comunque un po’ di confusione: un colore è freddo o caldo, una nota acuta o grave, e un odore?

Per secoli filosofi e scienziati hanno provato a classificare gli odori in vario modo. Linneo (1756) nel suo Systema naturae li classificava in sette classi:

  1. Aromaticos, come il garofano per esempio
  2. Fragrantes, come i fiori
  3. Ambrosiacos, vedi il musk
  4. Alliaceos, come l’aglio appunto
  5. Hircinos, tipo l’odore di capra
  6. Tetros, dato da certi insetti (presente le cimici?)
  7. Nauseous, sul genere di carne putrefatta e simili

Col passare del tempo numerosi studiosi si resero conto di come fosse difficile raggruppare gli odori in poche classi, e che classificazioni simili a quelle di altri domini sensoriali, come per esempio i colori, primari e secondari, con gli odori avevano senso solo fino a un certo punto. Hendrik Zwaardemaker (1857-1930), che tra l’altro inventò un aggeggio (per quei tempi) come l’olfattometro (1888), identificò 30 diverse classi di odori. Scoprì pure un altro fatto: alcuni odori una volta mischiati tra loro si annullano. Ossia un odore previene la percezione di un altro odore. Sono coppie di Zwaardemaker, per esempio:

·        Acido butirrico – odore rancido- e olio essenziale di ginepro;

·        Scatolo – presente nelle feci – e l’olio di cedro;

·        Ammoniaca – odore di urina- e l’olio di rose.

 

Negli anni Cinquanta del secolo scorso Cerbelaud fu il primo a redarre una classificazione a uso e consumo dei profumieri dividendo gli odori in 45 classi. Pochi anni dopo, 1968, Harpeer fa un’ulteriore classificazione individuando 44 classi e compiendo una meticolosa opera di nomenclatura e classificazione includendo anche puzze e odori specifici di cibi e bevende. Questa lista nel 1978 viene estesa da Dravnieks a 146 odori, che in realtà corrispondono ad altrettanti descrittori olfattivi. In questo modo diventa più facile individuare “per confronto” le differenze tra due odori.

Tuttavia il problema rimane, prendiamo queste due molecole chimicamente diverse:

  • 5-alfa-androst-15-en-3 lafa-ol
  • 2-ethyl-4- (2,2,3-trimethyl-cyclopent-3- en 1-R-yl)-2E-buten-1-ol

Ecco, queste due robe qui sanno entrambe di sandlwood 😀

Come è possibile?

Prendiamo invece queste due molecole alifatiche, molto simili tra loro:

  • Hexil acetato
  • Heptil acetato

Queste due sanno una di banana e una di pera.

Ecro_Firestein_2015-09banana

Perché?

È quello che appunto ci chiediamo.

Una delle cose che restano ancora da capire è come funzioni il codice combinatorio molecole-recettori olfattivi. Nei roditori ci sono circa 1100 recettori, nell’uomo quasi 400. Ogni neurone olfattivo esprime un solo recettore, ma questo non significa che ogni recettore riconosce solo una molecola e finita lì. Ci sono alcuni recettori più specifici, ma sono la minoranza, nella maggior parte dei casi un recettore può riconoscere molecole diverse, con diversa affinità. E molecole diverse possono legarsi a diversi recettori. Questo è il motivo per cui si parla di codice combinatorio, ed ecco perché è importante capire quali caratteristiche di una molecola sono essenziali per uno specifico odore.

Una via di indagine, proposta da Firestein, è quella – detta in soldoni – di procedere con uno screening che integri l’aspetto puramente chimico con quello biologico: date una serie di molecole vado a vedere quale è il o i gruppi funzionali o la parte strutturale che mi dà lo stesso effetto biologico. È un metodo usato in chimica medica e per studiare l’attività farmacologica dei composti e si basa sull’idea di bioisosterismo, ossia di molecole con effetti biologici simili.

C’è anche da considerare un’altra cosa: un odore di per sé non esiste. C’è una molecola che si lega ai recettori olfattivi nel nostro naso, questi trasformano il segnale chimico in un segnale nervoso che arriva al cervello dove le informazioni vengono integrate e ci danno una percezione: l’odore.

Volendo andare un po’ sul filosofico verrebbe da dire che l’odore sta nel naso di chi annusa…

 

Bonus

La ricerca scientifica è fatta per lo più di esperimenti malriusciti. Non è quasi mai un percorso lineare ma procede a salti e tentativi, e non si procede quasi mai da soli: è la comunità scientifica che lavorando su un tema specifico porta avanti la baracca, ogni pubblicazione scientifica aggiunge un tassello a ciò che già si conosceva, magari contraddicendo altri dati, magari approfondendo alcuni aspetti. Difficilmente c’è ‘La scoperta scientifica” cosi’ come siamo abituati a immaginarla, ma una serie di osservazioni e dati che contibuiscono a chiarire aspetti specifici di un problema generale, per esempio come funziona o come avviene un certo meccanismo biologico.

In tutto questo come dicevo c’è tutto un mondo, quello dei fallimenti. Stuard Firestein, dopo averci parlato dell’importanza dell’ignoranza, esce ora con il secondo libro: Failure.

 

failure

Marketing olfattivo

Ovvero voli pindarici sulla consapevolezza dei sensi

 

paperino

Credit: G.Sammarco

Transizione da profumeria elitaria a profumeria commerciale dicevamo. Il passaggio successivo è il marketing olfattivo: incentivare le vendite con l’uso di fragranze, creare un proprio logo olfattivo facilmente distinguibile, profumare gli ambienti per colpire il cuore delle persone. Il più delle volte a essere colpiti sono stomaco e portafogli.

Partiti da una società (mi riferisco sempre principalmente a quella occidentale) puzzolente, dove per le strade di città non si distingueva il fango dal letame e i fiumi erano cloache a cielo aperto, siamo arrivati ai giorni nostri dove sembra che tutto debba profumare. E quindi le città (e noi con loro) continuano a puzzare. Certo ci sono odori diversi, cambiano da città a città, da quartire a quartiere, da isolato a isolato: rosticcerie, panetterie, pizzerie, cucina thai, cucina cinese, indiano, McDonald, profumerie, pelletterie, negozi aromatizzati, passanti che fumano, smog, passanti che hanno mangiato troppo aglio o cipolla, vicini in metropolitana inondati di dopobarba, tessuti sintetici sudati, asfalto rovente, immondizia, asfalto sotto la pioggia, pipì, fiori appena sbocciati, erba tagliata. Odori diversi a seconda delle stagioni e del naso di chi annusa. Una costante: il bisogno di coprire gli odori e averne uno nuovo per sentirsi speciali. Nulla di male, ma mi chiedo quale sia il livello di consapevolezza dietro questa esigenza. Ci muoviamo nello spazio subendo gli odori – puzze, profumi o qualunque cosa siano – e per difenderci cerchiamo di coprirli con altri odori in un circolo vizioso un po’ asfittico. Siamo iperstimolati, ma i nostri sensi continuano e essere rattrappiti perché la testa fugge invece di fermarsi ad ascoltare come il corpo risponde a certi stimoli e perché. Non sappiamo respirare.

 

Smell

Cosa ci azzecca questo discorso col marketing olfattivo? Parlare di “sensorialità” va di moda, è tutto un inno all’esaltazione dei sensi e a trovare lo stimolo definitivo che accenda la nostra attenzione. Dal momento che l’olfatto è un forte mediatore di emozioni e ricordi, si è pensato bene di sfruttarlo a scopi commerciali. Vista e udito sono ormai assuefatti, stimolare l’olfatto per aumentare gli acquisti, creare una firma olfattiva per sottolineare l’esclusività di un marchio, è ciò verso cui diversi brand si stanno muovendo. Peccato i nostri sensi siano in preda ai crampi e non ce la fanno più. Credo io. Chiariamo, non ci vedo nulla di sbagliato nell’usare certe profumazioni per rendere più piacevole un ambiente, far rilassare i clienti e quindi renderli più propensi all’acquisto. Perché no? Il mio dubbio sta nel come questa operazione viene fatta: superficiale e aggressiva (certo ci sono eccezioni, ma spesso…).

Tra l’altro l’olfatto è un senso subdolo: non sentiamo tutti gli stessi odori e nello stesso modo. Sia a livello psicologico che fisiologico la percezione olfattiva ha una variabilità superiore agli altri sensi. Certo si può disquisire su quale sia l’esatta tonalità di rosso in un manifesto, ma un odore è tutt’altra faccenda: per uno è un profumo, per un altro una puzza, per un’altro ancora qualcosa di neutro perché magari quasi non lo sente. E questo succede a livello biologico perché la variabilità dei recettori olfattivi nel nostro naso è grandissima: per i colori abbiamo tre diversi recettori, e fanno già un lavoro pazzesco se pensate a tutte le sfumature visibili; di recettori olfattivi ce ne sono nell’uomo quasi quattrocento, e non tutti hanno esattamente gli stessi, perciò non tutte le persone sentiranno proprio gli stessi odori. A questo aggiungeteci i fattori psicologici, culturali, ambientali e di allenamento a distingure gli odori. Cose da tenere presente prima di saturare l’aria di un negozio con un aroma X.

Il marketing olfattivo emerge da una mistura variegata di cose ormai in voga e cerca di infilarsi nelle pieghe del neruromarketing – ché ormai “c’è un neuro per tutto” come mi è già capitato di dire. Intanto, cos’è il neuromarketing? Marketing e neuroscienze, più o meno. Nato da una branca della neuroeconomia (l’ho già detto che c’è un “neuro“ per tutto?), integra il marketing tradizionale con gli studi di scienze cognitive e comportamentali su come funziona il cervello quando compiamo delle scelte volte all’acquisto. L’obiettivo è capire in che modo un certo tipo di comunicazione e specifici stimoli sensoriali influenzano una persona quando deve comprare qualcosa. Più in generale, quello che viene chiamato “decision making” (prendere decisioni: cosa comprare, quale partito votare, ecc…) è oggetto di studi della neuroeconomia.

La risposta a queste domande sta spesso nella pancia. Inutile scuotere la testa, siamo tutti soggetti a bias cognitivi che influenzano le nostre scelte e ci fanno propendere quasi sempre per scelte meno razionali di quanto siamo disposti ad ammettere. E questo sono le scienze cognitive a dircelo, esperimenti alla mano. Quello che non si sa ancora bene è se, e nel caso come, certi odori possano influenzare attivamente alcuni nostri comportamenti – in verità qui siamo ancora più sul mistico che sul reale. I pochi studi disponibili mancano spesso di rigore sufficiente perché siano davvero attendibili, è facile pensare che il contesto e elementi di suggestione psicologica – come del resto in molti altri casi – facciano la loro parte. Per capirci: in una sistuazione in cui mi sento ascoltato e accudito come cliente sicuramente sarò più rilassato e ben disposto; in tale contesto un leggero aroma x nell’aria sarà facilmente percepito come un’aggiunta originale e piacevole. Alla fine comprerò qualcosa. Questo significa che l’aroma x mi ha influenzato nell’acquisto? Magari ha contribuito, ma difficile darlo per certo. Nulla di male, basta esserne consapevoli.

 

 

Bonus

Smellwalking, ovvero passeggiate olfattive. Fare caso agli odori intorno a noi ci rende più ricettivi e presenti al nostro naso. Il respiro rallenta e si fa più profondo, una via verso una maggiore consapevolezza del nostro corpo e dello spazio in cui ci muoviamo.

Esplorare la città, le vie che percorriamo ogni giorno, annusandone angoli e vicoli è una fonte di sorprese. Pioniera di queste esplorazioni urbane, raccolte nel blog Smell and the city e nel libro Urban smellscapes, è stata Victoria Henshaw. Tra l’altro, una mappa olfattiva della città permette, per esempio, di progettare spazi urbani più vivibili tenendo conto degli odori che li caratterizzano. Forse è proprio questo il primo passo da seguire, per non farci semplicemente investire dagli odori, ma annusarli al tempo del nostro respiro.

Appuntamento al museo

 

Che fate a San Valentino, un pheromone-party vi andrebbe?

Si svolge a Basilea, in un museo. L’appuntamento è alle 22.00 al museo Tinguely ed è proprio come lo speed-date della “maglietta usata” a cui avevo accennato qualche tempo fa parlando di feromoni (no, negli uomini non ci sono ancora prove chiare che ci siano, calmi gli animi). Si svolge più o meno così: ognuno porta una maglietta già usata che viene raccolta e “messa in lista” con un numero, gli incontri vengono poi stabiliti a naso, cioè ognuno annusa altre magliette e sceglie quella con l’odore per lui più attraente. A maglietta scelta si potrà incontrare il proprietario/a…

Nel museo c’è però altro, ossia una mostra bellissima su arte e odori: Belle Haleine – The scent of art. Non è una mostra sugli odori nell’arte come ce la potremmo immaginare, ma è proprio, nella maggior parte dei casi, arte da annusare. Il museo apre così un ciclo dedicato ai sensi, e inizia con l’olfatto quello più trascurato ma che in ambito artistico suscita più scandalo: in che modo un odore influenza l’esperienza estetica di un’opera d’arte? E cosa succede quando l’artista usa le sue stesse traspirazioni e fluidi corporei, che ovviamente hanno un odore? Che ciò avvenga per via puramente concettuale come in Fiato d’artista (1960) e Merda d’artista (1961) di Piero Manzoni, o in modo più concreto come la Poemetrie (1968) di Dieter Roth, impregnata di profumo al budino e urina, il risultato è sempre piuttosto dirompente.

La mostra indaga i diversi aspetti dell’intreccio estetico tra odori e arte interrogandosi(ci) su come si influenzino reciprocamente e fino a che punto. A me è passata per la mente subito una riflessione sulla differenza tra “lo scandalo” che può provocare un’immagine – considerato quanto tuttavia siamo abituati a raffigurazioni erotiche – e quello alla fine più scioccante (?) di un’installazione intrisa per esempio di odori corporei. E credo ci sia di mezzo anche un altro fatto, puramente fisico, che distingue l’olfatto dagli altri sensi: se qualcosa non ti piace chiudi gli occhi, ti tappi le orecchie, ritrai la mano, la sputi via. Però non puoi tenerti il naso tappato più di tanto perché hai bisogno di respirare – e magari sei pure in uno spazio chiuso: ecco come il senso più affascinante diventa anche il più subdolo. E le reazioni viscerali di disgusto nel caso dell’olfatto possono essere molto violente ed è più difficile evitarle e prevenirle. L’odore ha una componente invasiva molto forte, segna subito il confine tra familiare e estraneo, tra ciò che accettiamo e accogliamo e ciò che rigettiamo o magari ci fa proprio un po’ schifo (certo poi ha anche componenti psicologiche e culturali). Il disagio generato dall’intrusione di un odore è amplificato proprio dal fatto che non può essere evitato e in questo risiede parte della sua violenza. Nello stesso tempo alcuni odori corporei possono scatenare sensazioni oscure, ma invitanti, tremori ambigui.

Un’opera d’arte che ci fa immergere in una dimensione percettiva privata e magari un po’ disdicevole ci sconvolge forse un po’ di più se ci sono di mezzo degli odori. Intanto perché è qualcosa di inaspettato, rompe il modo tradizionale di esperire l’opera artistica, andando per esempio contro la fobia occidentale della puzza corporea. Ed essendo in contrasto con l’esigenza culturale e psicologica di coprire gli odori, svela una nuova nudità, percepita in qualche modo come oscena, quasi pornografica. Vedere come diversi artisti affrontano e infrangono il tabù di certi odori intimi facendoli diventare parte di un’installazione è interessante anche per questo. Ironia, dissacrazione e sperimentazione sono secondo me componenti importanti nella ricerca artistica e in questo approccio l’olfatto ben si presta a nuove ricerche di senso e contenuti.

La mostra sarà aperta fino al 17 maggio e sul sito c’è una bella pagina di presentazione. Inoltre, il museo offre un programma ricco di incontri e percorsi guidati a tema (quello di sabato 14 febbraio sarà appunto sui feromoni, a seguire sarà proiettato il film Il profumo e dopo la “festa dei feromoni” che vi dicevo), da segnarsi in agenda i workshop per bambini di Sissel Tolaas il 19 aprile.

Tweed al whisky

The Johnnie Walker and Harris Tweed Fabric of Flavour - via Scotland Now

The Johnnie Walker and Harris Tweed Fabric of Flavour – via Scotland Now

 

Certe cose sono belle e basta, dei classici. E te ne accorgi perché stanno bene sempre e comunque. Con tutto. Il tweed per esempio, scozzese fascinoso e avvolgente, è sempre elegante al punto giusto, casual al punto giusto. E ora immaginate se questo tessuto magnifico, oltre a regalarvi il piacere tattile del suo calore e delle sue fibre, sapesse un po’ di whisky.

Johnnie Walker Black Label e Harris Tweed si sono uniti e lo scorso 2 dicembre hanno lanciato a Berlino il loro nuovo prodotto: un tweed dalle note di “ ricco malto, vaniglia, frutti rossi e toni di cioccolato”, come hanno descritto questo nuovo aroma. La fragranza, chiamata Aqua Alba e che richiama appunto le note del whisky, sarà microincapsulata nel tessuto in modo da diventarne parte integrante. Un lavoro reso possibile dalla collaborazione con la Heriott Watt University’s School of Textiles and Design di Edimburgo e Galashiels. La prima serie di prodotti, realizzati dal designer milanese Angelo Bratis, sarà distribuita inizialmente in Germania, Belgio e Grecia.

Tecnologie per “incapsulare” molecole odorose in tessuti e altri materiali sono disponibili da diversi anni e le ricerche in questo settore sono in continuo fermento visto l’interesse commerciale crescente per questi prodotti: da un lato la richiesta di tessuti profumati che resistano a più lavaggi (a secco) possibile, dall’altro prodotti che assorbano il meno possibile gli odori corporei.

Le microcapsule che incorporano gli odori sono particelle di dimensioni variabili tra 1 e 100 millesimi di millimetro formate da una membrana di polimeri, sintetici o naturali, e all’interno l’agente attivo. La membrana esterna serve a proteggere le molecole da agenti ossidanti o che ne altererebbero comunque la struttura come calore, umidità, luce, altre sostanze. In questo modo si può controllare, entro certi limiti, anche l’evaporazione dei componenti volatili e i tempi di rilascio. Sono basati su questo principio, per esempio, anche i prodotti “gratta e annusa”, come certi campioni di profumo che si trovano sulle riviste e i libri profumati.

 

Picture2

 

Optical microscopy of microcapsules solution. Magnification: (a) 20×; (b) 100×. Ref. Rodrigues et al. ; Ind. Eng. Chem. Res.  2008, 47, 4142-4147. DOI: 10.1021/ie800090c Copyright © 2008 American Chemical Society

Optical microscopy of microcapsules solution. Magnification: (a) 20×; (b) 100×.
Ref. Rodrigues et al. ; Ind. Eng. Chem. Res.  2008, 47, 4142-4147.
DOI: 10.1021/ie800090c
Copyright © 2008 American Chemical Society

 

Molti dei sistemi di incapsulazione di fragranze per tessuti sono basati su polimeri di formaldeide (resine di phenol-formaldehyde o melamine-formaldehyde), il cui uso ha però delle restrizioni dovute alla tossicità. Altre alternative sono per esempio le microcapsule di poliuretano e urea.

Purtroppo non conosco i dettagli di fabbricazione per il tweed al whisky, mi dovrò limitare a dargli una sniffatina appena me ne capiterà uno sottonaso!

E voi la indossereste una sciarpa che sa di whisky?

 

Bonus

In memory of Victoria Henshaw, the Smellwalker

Exploring the city-space through its smell, disclosing the stickiest corner and the most aromatic panoramas: this was Victorias’job. A PhD at the University of Sheffield started as a study of sustainable design for 24h-cities and ended up with a wonderful thesis on ‘The role of the sense of smell in urban design’. Then came a book, Urban Smellscapes: understanding and designing city smell environments. And a blog, Smell and the city, a great source of ideas and inspiration, moreover a place to share research and perspectives.

The sensory analysis, and the smell analysis of urban space can help people designing cities more consciously with care for what makes the space enjoyable and pleasant. This idea became the driving force for the olfactive explorations Victoria made with the famous smellwalking around the world.  She engaged this way children and adults in fresh and innovative city-tour. She promoted a culture for olfaction, the sense of smell, which no one cares until it is lost.

It was my pleasure crossing my way with Victoria, even for such a short time, she gave me engaging ideas and great inspiration I will never forget. Thank you.

 

Dr Victoria Henshaw at The University of Sheffield. Smell and the city

Dr Victoria Henshaw at The University of Sheffield. Smell and the city

In memoria di Victoria Henshaw, the Smellwalker

Esplorare le città attraverso i suoi odori, rivelarne gli angoli più puzzolenti e gli scorci più aromatici. Capire come il design di una città si intreccia ai suoi odori, e si sviluppa attorno ad essi e con essi. Era il mestiere di Victoria, un dottorato presso l’Università di Sheffield focalizzato inizialmente sul design sostenibile e finito con una tesi sul ruolo dell’olfatto nel design urbano. Da questi studi è nato un libro, Urban Smellscapes: understanding and designing city smell environments. E un blog, Smell and the city, un luogo pieno di idee e suggestioni, ma soprattutto di ricerca e condivisione.

L’analisi sensoriale, e in particolare olfattiva, degli spazi urbani può aiutare a concepire questi spazi in modo più consapevole rendendoli così anche più piacevoli e fruibili. Questa è l’idea di fondo che ha animato le esplorazioni olfattive di Victoria e reso famosi i suoi smellwalking in diverse città in giro per il mondo. In questo modo ha coinvolto adulti e bambini in esplorazioni inedite dello spazio urbano promuovendo con creatività la cultura dell’olfatto, quel senso che bistrattiamo e sottovalutiamo sempre fino a quando non ci manca.

Conoscerla e iniziare a lavorare con lei, anche se per poco, è stato coinvolgente, un’ispirazione continua di cui farò tesoro. Grazie Victoria.

 

Dr Victoria Henshaw at The University of Sheffield. Smell and the city.

L’odore della pioggia

rain-04

Petricore. Si chiama così l’odore della pioggia, della pioggia primaverile che arriva dopo un periodo di secca e che è subito seguita dal sole, e da un odore tutto suo. E anche i temporali estivi hanno un po’ quell’aroma, di terra bagnata che si risveglia e esce dal letargo.

La quiete prima della tempesta

L’atmosfera che prepara i temporali, quelli della bella stagione, improvvisi e lucenti, ha un odore particolare: è frizzantino e un po’ pungente, alcuni lo definiscono agliaceo, e molti lo sentono appunto quando sta per venire a piovere. È l’ozono (O3) – non a caso dal greco ozein, odorare.

L’ozono (da non confondere con quello “buono” che ci protegge dai raggi UV del sole e che si trova nella stratosfera – cioè la molecola è la stessa ma ci è di aiuto se sta lassù, se invece si forma nell’atmosfera che respiriamo è tossica) può essere liberato dalle attività umane, che producono inquinanti atmosferici, o da fonti naturali. Soprattutto quando si prepara una tempesta, le cariche elettrostatiche prodotte dai lampi fanno reagire tra loro le molecole che compongono l’aria: l’azoto (N) tende a reagire con l’ossigeno formando monossido di azoto (NO), e questo reagisce a sua volta con altre molecole di ossigeno (O2). Occasionalmente durante queste reazioni succede che si formi qualche molecola di O3, l’ozono, che con il vento finisce subito sotto le nostre narici.

La pioggia

Spesso dopo una serie di giornate polverose (e magari inquinate) si aspetta che la pioggia arrivi “a ripulire l’aria”. In effetti la pioggia “smuove” e raccoglie gli odori di tutto ciò che bagna: alberi, erba, cemento, asfalto, ma soprattutto aiuta la terra a rilasciare gli odori che intanto ha accumulato. Le polveri disperse nell’aria – molecole derivate dall’attività umana, ma anche da piante e alberi – quando si depositano su superfici argillose o minerali subiscono delle reazioni chimiche che danno luogo a nuove molecole. Queste, per lo più idrocarburi, alcoli e varie combinazioni di acidi grassi, vengono rilascie, quando piove, per esempio da superfici in pietra o cemento. Così si forma il petricore, l’odore della pioggia, dal greco pétrā (πέτρᾱ), pietra o roccia, e ichṓr (ἰχώρ), linfa, riferito nell’antichità al sangue degli dei. Il termine fu conianto nel 1964 da due ricercatori australiani, R.G. Thomas e I.J. Bear, che sulla rivista scientifica Nature lo spiegano così:

 The diverse nature of the host materials has lead us to propose the name “petrichor” for this apparently unique odour which can be regarded as an “ichor” or ‘tenuous essence” derived from rock or stone. This name, unlike the general term “argillaceous odour”, avoids the unwarranted implication that the phenomenon is restricted to clays or argillaceous materials; it does not imply that petrichor is necessarily a fixed chemical entity but rather it denotes an integral odour, variable within a certain easily recognizable osmic latitude.

download-images-of-rain

La terra

Passato l’acquazzone cosa rimane? Una sensazione morbida, umida, pacata. La terra inzuppata rilascia ora un altro odore caratteristico: la geosmina. Anche la terra appena dissodata sa un po’ di questo mix terpenico. I ricercatori ci hanno messo un po’ a capire esattamente come fosse prodotto. Già a fine Ottocento avevano fatto diversi esperimenti e si era capito che questo odore era il risultato dell’attività metabolica di diversi microorganismi (Cladothrix odorifera per esempio), che vivono nel suolo in simbiosi con le piante. Poi nel 1965 finalmente la sostanza viene caratterizzata: geosmina, di nuovo dal greco gèo (γεω), che significa terra, e osmé (ὀσμηρός, in latino osmerus) ossia “che ha odore”. Un paio di anni prima Gaines e Collins avevano studiato il metabolismo di Streptomyces odorifer giungendo alla conclusione che l’odore della terra deriva principalmente da un misto di composti prodotti da questo microrganismo; per i curiosi più feticisti: acido acetico, acetaldeide, alcol etilico, alcol isobutilico, ammoniaca e acetato di isobutile. Furono poi Gerber e Lechevalier a identificare in particolare una sostanza, la geosmina, presente nei metaboliti di diversi attinomiceti.

attinobatteria

Frankia

Come viene prodotta esattamente? (dettagli chimici scabrosi, per i più temerari)

Nel 2003 un gruppo di scienziati è riuscito a identificare un enzima magnesio-dipendente responsabile della conversione del farnesyl difosfato, una molecola prodotta da questi microrganismi (in particolare il gene per questo enzima fu isolato da Streptomyces coelicolor) in germagradienolo, il precursore della geosmina. Restava ora da trovare gli altri enzimi della catena. Gli scienziati si aspettavano infatti che per passare dal germagradienolo alla geosmina ci volessero diversi passaggi intermedi, necessari a convertire la molecola, e quindi che servissero diversi enzimi. E invece no. Nel 2006 gli stessi ricercatori scoprono che si tratta di un solo enzima, bifunzionale. Il primo trovato per la sintesi di questo tipo di terpeni. L’enzima è formato da due parti, con due distinte funzioni catalitiche: la metà contenente la parte N-terminale della proteina rompe il farnesyl difosfato formando il germacradienolo. La metà con la parte C-terminale della proteina finisce il lavoro convertendo il germacradienolo in geosmina, l’alcol biciclico finale.

8539LN_react

L’odore della pioggia è verde

Almeno per gli aborigeni che vivono nelle zone desertiche dell’Australia occidentale. Qui l’arrivo delle piogge è un momento importante, segna il ritorno della vita e il rigoglio della vegetazione. Ecco perché per loro, facendo una interessante “sinestesia culturale”, l’odore della pioggia è verde. Un legame con la natura molto stretto che si riflette anche negli odori che usano: amano creare creme profumate e unguenti ottenuti da piante e grasso animale, che poi spalmano sul corpo per rafforzare il legame tra corpo e terra. Credono che questi odori abbiano un potere protettivo e permettano di mantere il legame con i propri antenati.

Per approfondire

Bear, I. J. , and Thomas, R. G. , Nature201, 993 (1964)
Bear, I. J. , and Kranz, Z. , Austral. J. Chem.18, 915 (1965)
Gerber, N.N. and Lechevalier, H.A. “Geosmin, an Earthy-Smelling Substance Isolated from Actinomycetes” Applied Microbiology 13.6 (1965)

L’odore dei sogni

OLYMPUS DIGITAL CAMERA

L’ambiguo cattura la nostra attenzione perché non è nitido e immediato. Pensate a un’opera d’arte, o a teatro: il gesto che cattura davvero ci proietta in una nuova dimensione, o ci permette di proiettavi la nostra, e lo fa perché non è una piatta replica della realtà, ma qualcosa che vi si avvicina, ha quel non so ché… sfuggente, terrifico, intrigante come i sogni, e gli odori. Sogni e odori sono entrambi effimeri, evocativi eppure così fisici nelle sensazioni che ci provocano: stiamo “solo” sognando, ma gioiamo, ci spaventiamo, sentiamo un groppo alla gola e il bisogno di urlare – ci svegliamo urlando, o ridendo –  rimaniamo solleticati da eventi surrealmente veri. Così come quando annusiamo qualcosa e una macchina esperienzale parte incontrollabile, magari non siamo capaci di descrivere quella sensazione, ma ci siamo immersi, completamente avvinti.

E gli odori possono influenzare sonno e sogni? Quando dormiamo il nostro naso russa solamente o è anche in grado di percepire gli odori?  E come reagisce il nostro cervello agli stimoli odorosi durante il sonno? Abbiamo più o meno tutti fatto l’esperienza di svegliarci improvvisamente a causa di un rumore o una luce accesa a sproposito, ma succede anche con puzze e profumi?
Intanto partiamo da una considerazione importante: nel sistema olfattivo le connessioni nervose tra i recettori olfattivi e il cervello seguono una via diversa da quella degli altri sensi perché saltano la stazione talamica e vanno dritte alla zona limbica e alla corteccia olfattiva. Più precisamente passano dal bulbo olfattivo alla corteccia olfattiva primaria e all’amigdala e da qui subito a ipotalamo e corteccia orbitofrontale. Tenete a mente.

Cosa succede quando dormiamo

Dalle evidenze sperimentali raccolte finora sappiamo che il sonno oltre a essere fondamentale per la sopravvivenza svolge un ruolo importante nel consolidamento della memoria. Mentre dormiamo in realtà il cervello è tutt’altro che in standby, continua a lavorare riattivando i circuiti nervosi legati alle cose appena apprese, una sorta di riverbero che serve al consolidamento delle informazioni. L’attività del cervello può essere monitorata e questo ha permesso di osservare l’alternarsi di diverse fasi del sonno che corrispondono a un diverso “stato” riconoscibile dal tipo di onde cerebrali prodotte. Le fasi di sonno profondo sono accompagnate da onde “lente”, a bassa frequenza, questa fase è chiamata anche Non-REM. La fase REM invece, quella durante la quale di solito sogniamo, è associata a onde rapide e a un caratteristico movimento riflesso dei bulbi oculari (da cui REM = rapid eye movement).
I ricercatori hanno condotto diverse ricerche per capire come funziona l’elaborazione delle percezioni sensoriali durante il sonno e proprio l’olfatto è per questo tipo di studi il senso più indicato. Perché?

Sonno e olfatto

Quando dormiamo nella quasi totalità dei casi un odore non è sufficiente a svegliarci. Non è come la sgommata in macchina del tamarro di passaggio che inesorabilmente interrompe il nostro sonno, di solito un odore anche se piuttosto intenso non è sufficiente a destarci. Quando succede è perché molti odori hanno anche una componente detta trigeminale che, siccome ci procura una sensazione di fastidio dovuta all’attivazione dei recettori per il dolore, ci sveglia. Diversi esperimenti hanno mostrato come la somministrazione di “odori puri”, che non prevedono l’attivazione della via trigeminale, non provocano in quasi nessun caso il risveglio dei soggetti. Uno dei motivi sembra dovuto proprio alla diversa anatomia delle vie olfattive rispetto agli altri sensi: ossia bypassano le stazioni del tronco encefalico e del talamo che sono coinvolte nei meccanismi di ‘risveglio’.
Ciò non significa che gli odori non vengano percepiti mentre dormiamo, anzi…

28OBOX2-articleLargeCredit: Kate Yandell

Siccome possono essere percepiti senza svegliare il soggetto gli stimoli odorosi sono perfetti per studiare come vengono elaborate le percezioni nel cervello durante il sonno. Certo non si tratta di esperimenti facili da controllare perché i volontari sottoposti ai test oltre ad avere un sonno regolare non devono avere nessuna percezione dell’odore prima e dopo la dormita, per evitare condizionamenti e introdurre variabili che influenzerebbero i risultati. Anche perché la percezione e l’attribuzione di un odore sono correlate al grado di consapevolezza che si ha dell’odore stesso e alla sua familiarità.

Il nostro naso fa un’altra cosa interessante mentre dormiamo: in presenza di un odore modifica le proprie sniffate. Il senso dell’olfatto è strettamente associato al respiro perché è durante l’inspirazione che insieme all’aria inaliamo le sostanze odorose. Se ci pensate anche da svegli quando ci concentriamo su un odore o lo vogliamo sentire meglio iniziamo a sniffare più intensamente e aumentiamo il ritmo del respiro. Alcuni esperimenti hanno mostrato che questo avviene anche quando dormiamo: odori classificati come “piacevoli” fanno aumentare la frequenza respiratoria e, viceversa, odori “sgradevoli” la fanno rallentare.

Tenendo conto anche di queste caratteristiche dell’olfatto i ricercatori del gruppo di Noam Sobel un paio di anni fa hanno condotto una serie di esperimenti per capire se fosse possibile indurre un apprendimento condizionato durante il sonno. Avete presente Pavlov e il cane? Diciamo che questa è una rivisitazione dello stesso principio: l’apprendimento di uno stimolo viene associato a un altro. Gli scienziati si sono detti: associamo dei suoni (un tono, sottosoglia per non svegliare il soggetto) a due diversi tipi di odori, piacevoli e sgradevoli, e vediamo se vi é apprendimento oppure no. In altre parole durante il sonno viene somministrato un suono e subito dopo un odore. Dopo un po’ di ripetizioni se abbiamo imparato ad associare un certo suono a un odore, il suono da solo sarà sufficiente a provocare in noi l’attesa dell’odore associato. Come capire se c’è l’attesa di un odore? Dalle sniffate: se mi aspetto un odore piacevole aumenterò la frequenza delle sniffate/respiri, se mi aspetto una puzza rallenterò i respiri come riflesso di sottrazione.  I risultati di questa ricerca, pubblicati su Nature Neuroscience, mostrano che questo è ciò che avveniva. C’è di più, i ricercatori si sono chiesti anche se ci fossero differenze nell’apprendimento durante le varie fasi del sonno e se questo apprendimento fosse conservato una volta svegli (ritenzione). Gli esperimenti hanno mostrato che l’apprendimento avveniva sia durante la fase REM che durante la fase Non-REM, tuttavia la ritenzione dell’informazione era maggiore se l’apprendimento era avvenuto durante la fase Non-REM, cioè di sonno profondo. La cosa sembra controintuitiva ma è consistente con numerose altre evidenze sperimentali che suggeriscono che le fasi di sonno profondo sono più importanti per il consolidamento della memoria. Inoltre studi condotti anche sui ratti mostrano che durante le fasi di sonno profondo (associato alle onde cerebrali lente) la cortecia olfattiva primaria è meno reattiva, mentre è più intensa l’attività delle connessioni tra le altre aree olfattive e la neocorteccia.
Volendoci lanciare in qualche speculazione possiamo notare che questo tipo di apprendimento legato a un tipo di memoria non-dichiarativa, quindi non consapevole, è anche consistente con il fatto che la percezione olfattiva abbia una componente non dichiarativa particolarmente spiccata, cioè ricordiamo un evento associato a un odore ma non riusciamo a spiegarlo a parole o darne una descrizione chiara.

Odori e sogni

E qui torniamo alla domanda iniziale: gli odori quindi entrano nei nostri sogni o no? Parlando in senso generale e anche in senso lato, tutto può diventare materia onirica e in qualche modo influenzare i nostri sogni e il loro contenuto per quanto ancora non siano ben chiari i meccanismi biologici che vi stanno dietro. Questione più sottile è invece capire se mentre dormiamo e non ne siamo coscienti gli odori possanno o meno avere un effetto sul nostro sonno e su ciò che sogniamo.

Alcuni studi hanno cercato di testare l’effetto di alcune essenze, come la lavanda, sul sonno e i risultati suggeriscono che se si dorme in presenza di questi odori la qualità e durata del sonno aumentino. Tuttavia questi studi hanno una statistica purtroppo molto inconsistente e le condizioni in cui sono stati condotti gli esperimenti non erano sempre ben controllate. Inoltre c’è da dire che siamo qui in un campo al confine tra fisiologia e psicologia per cui diventa ancora più difficile testare alcune ipotesi. Certamente l’uso di alcune essenze può darci un senso di benessere che ovviamente si ripercuote sul nostro grado di rilassamento e può quindi farci dormire meglio, ma è un effetto molto soggettivo e mediato anche dalla nostra coscienza e consapevolezza. Tanto per dire su di me la lavanda – che non sopporto – ha tutto fuorché un effetto rilassante…

I sogni dicevamo. C’è in particolare una ricerca che ho trovato interessante e che ha studiato questo problema: gli odori possono influenzare il contenuto dei nostri sogni?  C’era già stato qualche studio pionieristico negli anni ottanta ma il problema anche in questo caso, come dicevo, sono le condizioni sperimentali. Se vogliamo capire cosa avviene nel cervello che dorme (stato inconsapevole) durante la percezione di un odore e se questo in qualche modo influenza il sonno a prescindere dalla nostre possibili suggestioni e consapevolezza dobbiamo appunto essere sicuri di non avere coscienza dell’odore usato. Questo è per esempio e uno dei punti deboli delle precedenti ricerche.

In questo studio, condotto presso il centro per i disturbi del sonno del dipartimento di otorinolaringoiatria e chirurgia di Mannheim (Germania), i soggetti coinvolti nello studio sono stati monitorati con moderne apparecchiature e in un ambiente controllato per escludere il più possibile variabili e interferenze. I partecipanti hanno prima fatto tutti i test di rito per verificare la normosmia, ossia che il loro naso e olfatto funzionassero in modo normale, test per la soglia di percezione, di discriminazione e identificazione degli odori. Durante il sonno l’attività fisiologica è stata monitorata con polisomnogramma, elettroencefalogramma, elettro-oculogramma e elettromiogramma di entrambe le gambe, tradotto: hanno registrato l’attività e i movimenti di cervello, occhi e muscoli delle gambe. Per la somministrazione degli odori hanno usato un olfattometro che rilasciava gli odori in un flusso d’aria calibrato in modo da non interferire con il respiro e non alterare le condizioni meccaniche e termiche della mucosa nasale. Per specifici set di esperimenti legati all’impatto qualitativo degli odori (piacevole/sgradevole) sono stati usati:

–         H2S: sa di uova marce, generalmente non molto apprezzato, in 4 parti per milione

–         Phenil ethyl alcohol: sa di rosa, di solito ritenuto più piacevole, al 20%

–         Controllo inodore.

Fig2_Sleeping_with_odors-300x197Credit: Franziska Benedict

I partecipanti svegliati durante la fase REM dovevano descrivere ciò che stavano sognando e rispondere a una serie precisa di domande legate al sogno che stavano facendo e alle sue caratteristiche (non so se sarei stata in grado 😀 ). I risultati? Dall’analisi di tutti i dati è emerso che i soggetti non avevano incorporato gli odori, cioè non avevano sognato nulla che fosse direttamente e esplicitamente riconducibile a un odore. Però era statisticamente significativa rispetto al controllo l’attribuzione emozionale associata al sogno e correlata con l’odore. Insomma quando ai partecipanti durante il sonno veniva dato un stimolo puzzolente (leggi sgradevole/spiacevole) il contenuto emozionale dei loro sogni era significativamente più negativo rispetto al gruppo di controllo. Viceversa, quando veniva dato uno stimolo piacevole le emozioni piacevoli durante il sogno erano maggiori rispetto al gruppo di controllo in modo significativo. Sì siete saltati sulla sedia, anch’io.

Certo bisogna andarci cauti con le conclusioni ma questo dato suggerisce che gli odori durante il sonno non vengono incorporati dirattamente nei sogni, ma influenzano le emozioni provate in sogno. Secondo gli scienziati questo è dovuto principalmente al fatto che le connessioni anatomiche del senso dell’olfatto vanno direttamente all’amigdala che è appunto specializzata nell’elaborazione delle emozioni. Come da svegli abbiamo bisogno di un po’ più di training e concentrazione per trovare le parole giuste per un odore o un ricordo olfattivo rispetto a quanto faremmo con un altro tipo di stimolo, così anche dormendo l’olfatto influenza prima il nostro stato emozionale, la ragione arriva dopo.

Per approfondire:

–          Humans can learn new information during sleep,  Anat Arzi, Limor Shedlesky, Mor Ben-Shaul, Khitam Nasser, Arie Oksenberg, Ilana S Hairston & Noam Sobel; 2012, Nature Neuroscience, doi:10.1038/nn.3193

–          The Influence of Odorants on Respiratory Patterns in Sleep, Anat Arzi, Lee Sela, Amit Green, Gili Givaty, Yaron Dagan and Noam Sobel; 2010, Chem. Senses 35: 31–40, doi:10.1093/chemse/bjp079

–          Minimal Olfactory Perception During Sleep: Why Odor Alarms Will Not Work forHumans, Mary A. Carskadon, PhD1; Rachel S. Herz; 2004, SLEEP, Vol. 27, No. 3

–         Information processing during sleep: the effect of olfactory stimuli on dream content and dream emotions, Michael Schredl, Desislava Atanasova, Karl

Helvetica The Perfume

Sono appena rientrata dalle vacanze e direi che per riprendere c’è bisogno di qualcosa di leggero, delicato, che… praticamente non si sente: il profumo Helvetica, toh! Ché, appunto, chiamarlo profumo è una parola grossa visto che è fatto d’acqua e aria o come dice più elegantemente il sito:

Air. Water. You.

E costa 62.00$, in edizione limitata (e sì ci stavo facendo un pensierino, siete autorizzati a insultarmi, ma ho il debole per le cose inutili…).

GG_Helvetica_BottleBoxWeb_01MP_grande

Poi la verità è che da un po’ di tempo mi sono appassionata alla scrittura, quella a mano ma anche alla tipografia perciò un “profumo” che celebra un classico delle font come facevo a ignorarlo?

Helvetica fu creata nel 1957 da Max Miedinger e Eduard Hoffmann per la Haas Type Foundy di Münchenstein, in Svizzera. Per salvare la sua fonderia dal fallimento Hoffmann cerca un nuovo carattere in grado di competere con il tedesco Arkidenz Grotesk che spopola in quegli anni. Midienger crea così questo Neue Haas Grotesk, che verrà messo in commercio nel 1961 con il nome Helvetica. Nel 2007 per celerbrarne i 50 anni, è uscito un bel film indipendente sulla tipografia e il ruolo di Helvetica nel nostro immaginario visuale.

Helvetica The Perfume™. The scent of nothing è ispirato all’omonima font con un odore inodore: così come il carattere tipografico era stato ideato con l’intenzione di apparire il più possibile neutro e non interferire con il significato delle parole scritte, Guts & Glory hanno creato un oggetto che rappresenti il moderno design senza una esplicita “didascalia”, non ci sono messaggi intrinseci, ci sei solo tu e un oggetto di design, il senso emerge da questa interazione.

  GG_Helvetica_BoxFrontBackWeb_01MP_grande

Extra: Ne Le vie del senso. Come dire cose opposte con le stesse parole, Annamaria Testa mostra le magie del lettering e come basti cambiare un carattere per stravolgere il senso di una parola.

Odore di carta

smell book

Come in tutte le cose anche in questo caso ci sono, tanto per dire, i moderati, i possibilisti, gli indecisi, gli assolutisti, gli scettici, gli esperti, quelli che ignorano l’argomento, e i feticisti. Questi ultimi vi diranno che con la carta hanno un rapporto quasi fisico, che ne amano il contatto, il gesto legato alla lettura e l’atto di sfogliare le pagine, vi diranno che dei libri amano l’odore. Quanti però vi hanno mai detto che della carta amano il suo odore di bacon abbrustolito? E di costoletta di vitello o di asparagi in vinaigrette? La questione è seria dal momento che ci sono aziende che stanno investendo fior di soldi in ricerca chimica e tecnologie in grado di riprodurre l’odore dei libri e della carta nel modo più realistico possibile, sic. La ragione è semplice: con la diffusione sempre più capillare degli ebook nasce l’esigenza di acchiappare anche chi di digitale non ne vuole sapere. Come gestire i feticisti di cui sopra? Per esempio con uno spray per ebook al bacon, o che sa libro stantio o… di gatto (?), certo serve qualche precauzione: nei warnings si legge che è meglio usare lo spray in ambienti bene areati, che può dare stordimento e allucinazioni, irritare il naso e ne sconsigliano l’uso sui mezzi pubblici, inoltre, nel caso si scelga l’eau, you have cats è importante tenere a mente che contiene tracce di testosterone, quindi se siete atleti attenzione all’anti-doping…
Sì, vi capisco, sono sconvolta anch’io.
La cosa però dovete ammettere che è interessante, anche perché rivela ancora una volta quanto la percezione olfattiva possa essere effimera e sfuggente. Mi spiego. A livello cognitivo ancora non è chiaro come esattamente rielaboriamo l’informazione olfattiva, resta che mediamente chi non è particolarmente allenato fatica a riconoscere gli odori, o meglio a dar loro un nome. Inoltre il fatto di essere animali le cui attività esplorative e di orientamento nello spazio sono affidate primariamente ad altri sensi fa sì che finiamo facilmente vittime di bias cognitivi e percettivi e tendiamo a fidarci più di sensi come la vista o l’udito che dell’olfatto, anche a costo di cadere in errore. Si è visto in diversi esperimenti che tendenzialmente crediamo di più a ciò che vediamo che a ciò che annusiamo (approfondiremo un’altra volta). Inoltre, in un recente studio pubblicato sulla rivista scientifica Chemical Senses è stato visto come la descrizione/percezione di un odore possa essere influenzata dall’identità che gli viene attribuita: dagli esperimenti condotti in questa ricerca è emerso per esempio che le persone attribuiscono a un odore la qualità “citrus” con molta più probabilità se alla sostanza annusata è abbinata l’etichetta corrispondente rispetto a chi annusa senza ricevere nessuna indicazione sull’identità della fragranza. Ora non voglio dire che chi afferma di aver sentito carta che sapeva di bacon fosse preda di suggestioni, ma ho intrapreso comunque una personale indagine e raccoglierò volentieri tutte le testimonianze di coloro a cui è capitato di associare l’odore di un libro a quello di pancetta, ali di pollo e simili  :).

L’impronta olfattiva dei libri antichi…

popup

Al di là della diatriba tra feticisti della carta e sostenitori del digitale, l’odore della carta riserba altri aspetti interessanti su cui vale la pena soffermarsi: c’è carta e carta, ed effettivamente hanno odori diversi che derivano dalla diversa composizione, dagli agenti chimici impiegati, dal tipo di inchiostro e poi, nel caso dei libri antichi, ma anche semplicemente un po’ vecchiotti, c’è tutta una gamma di odori legata al posto in cui questi libri sono stati conservati, alle sostanze prodotte da muffe e batteri che hanno allegramente pasteggiato tra le pagine, l’umidità e numerosi altri fattori ambientali. Un gruppo di ricercatori dell’University College di Londra, in collaborazione con la facolta di chimica e tecnologie dell’università di Lubiana, qualche tempo fa ha condotto una meticolosa analisi chimica, pubblicata su Analitycal Chemistry, dei componenti volatili prodotti dai processi di degradazione della carta. Hanno insomma cercato di identificare le sostanze che conferiscono ai libri antichi il loro caratteristico odore. Ma perché farlo?
L’idea è nata, come racconta Matija Strlic, primo nome dell’articolo, osservando un libraio intento ad annusare le pagine di un libro antico per identificarne la provenienza. Analizzare la gamma di composti organici volatili e semivolatili prodotti dalla carta nel tempo e la loro capacità di essere trasferiti per contatto o esposizione è oggi per esempio una routine che riguarda la produzione degli imballaggi e cartoni per alimenti, volendo garantire che il cibo non assorba odori “strani”. Ma questo tipo di analisi può essere molto utile anche nel caso dei libri antichi per aiutare chi lavora in musei, biblioteche e archivi a capire lo stato di deterioramento delle opere e adottare le misure più efficaci per rallentare questo processo.
Come dicevamo un libro si porta dietro la sua storia anche grazie agli odori di cui è impregnato. Gli scienziati hanno condotto su 72 diversi campioni di carte antiche, risalenti a Diciannovesimo e Ventesimo secolo, diverse analisi chimiche tra cui il footprinting che consente appunto di identificare alcuni markers di degradazione. Questo primo screening ha permesso ai ricercatori di distinguere il diverso stato di stabilità dei campioni, informazioni importanti se si vuole preservare la carta al meglio. Le analisi hanno valutato i livelli e le concentrazioni di pece e proteine, dai quali si ottengono indicazioni sulle tecniche di produzione, il contenuto di lignina e l’acidità della carta, che sono indicatori di instabilità rivelata anche dal grado di polimerizzazione e ossidazione e da un alto contenuto di gruppi carbonilici. Non sono analisi banali se pensate a tutti gli step necessari per produrre la carta e a come le tecniche di produzione sono cambiate nel tempo. Bisogna considerare il tipo e l’origine della cellulosa, i processi di sbiancatura, il rivestimento presente o meno. Inoltre la carta di bassa qualità ha di solito un grado di acidità maggiore e poiché trattata con gelatine è possibile rilevarne il contenuto proteico, sistema utilizzato per distinguere le carte di buona qualità da quelle di bassa. Dallo studio è emerso che i libri prodotti tra il 1850 e il 1990 probabilmente sono destinati a durare un paio di secoli al massimo a causa degli agenti chimici utilizzati per la produzione. Le sostanze acide impiegate agiscono infatti da autocalizzatori promuovendo la degradazione della carta. L’aggiunta di pece e i trattamenti della cellulosa per rendere i fogli adatti alla scrittura, paradossalmente li rendono più vulnerabili al tempo.
Al termine di questo studio i ricercatori hanno quindi potuto definire alcuni criteri per determinare lo stato di conservazione dei libri antichi individuando diverse sostanze chimiche che possono essere usate come indicatori di degradazione. Queste molecole dicevamo, hanno anche un odore: una combinazione di note grasse con una componente acida piuttosto forte e un tocco di vaniglia, questo è l’aroma classico di libro antico.

…e il profumo di quelli moderni

Che dire invece dei libri nuovi di pacca? Qualcuno di voi, un po’ nostalgico starà pensando anche a quello dei giornali freschi di stampa, o alle pagine patinate delle riviste. Se rientrate in questa categoria ma al bacon preferite un tono un po’ più glam l’haute couture vi viene incontro: il maestro di eleganza e stile Karl Lagerfeld ha lanciato infatti proprio l’hanno scorso con l’editore tedesco Gerard Steidl la fragranza paper passion. Aiutati dal profumiere Geze Schoen hanno voluto ricreare l’odore del libro fresco di stampa, un aroma secco e grasso ricreato con soli cinque ingredienti in un flacone riposto in un vero libro. In apertura un breve saggio di Gunter Grass mentre le restanti pagine del libro sono intagliate al centro per far posto al flacone.

paper-passion

Io il profumo l’ho provato, con un certo scetticismo devo dire, ma mi tocca ammettere che effettivamente alla carta “fresca” un po’ mi ci ha fatto pensare. Inganni dei sensi…